Gioco
Bianchi li fa rossi: «Così rivoluziono il basket a Livorno»
La sua Labronica spariglia le carte tra progetti e vivaio «Tanti nemici? Mi dà adrenalina e investo ancora di più»
LIVORNO. "Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato...". Chissà se Maurizio Bianchi, fondatore e presidente della Labronica Basket, conosce la splendida "Cyrano" di Francesco Guccini. Ma è certo che quel verso gli si attaglia alla perfezione. Sono almeno tre anni che di questa società nella Livorno cestistica si parla senza mezze misure, o la si ama o la si odia. Di certo ha spezzato gli equilibri, ha rotto degli schemi che sembravano cristallizzati.
Prima, infatti, la situazione era decisamente stagnante, almeno negli ultimi anni. Il Don Bosco in cima, Libertas e Pielle sotto a farsi la loro nostalgica guerra a livello di tifosi e di derby, Us Livorno e Meloria a chiudere il trenino delle squadre. Poi, irrompono loro. A gamba tesa, diranno in molti, con tutta la forza d'innovazione e entusiasmo del loro fondatore, dicono invece quelli che amano il giallonero. Bianchi, 50 anni ancora da compiere, un lungo passato agonistico nel ju-jitsu alla scuola di Maurizio Silvestri, poi sette anni nell'arma dei carabinieri prima di cominciare una nuova vita come imprenditore nel settore dell'elettronica.
Perchè il basket, ora?
«Di basket sono sempre stato un grande appassionato (sponda Libertas, ndr) e la mia passione non si è mai affievolita. Cominciammo dalla promozione con un gruppo di amici, alcuni dei quali sono ancora oggi con me, come Michele Filippi e Luca Marella».
Questo lo sappiamo, grazie. Ma oggi si parla di ben altro, almeno a livello progettuale.
«Io sono fatto così. Ho pensato che la società di basket andasse gestita come un'azienda, a livello di risorse umane, progettualità, entusiasmo. Chi è qui è contento di esserci, vive in un ambiente dinamico, duttile, dove si sta volentieri».
In effetti, pur essendo una splendida mattinata di fine agosto nella quale si starebbe assai bene al mare, la sede di via Pera è tutt'altro che vuota. Ci sono parecchie persone e alcune hanno nomi importanti.
«Dovrebbe vedere al pomeriggio. È una specie di formicaio, c'è pieno di gente, nessuno sta mai fermo. Ogni giorno parte un treno, ogni giorno viene fuori un'idea, una proposta nuova, qualcosa su cui lavorare».
Presidente, parliamoci chiaro. Tutta questa "paranza", nella quale ci sono anche personaggi di rilievo (Bucci, Fantozzi, Gigena, solo per citarne alcuni, ndr) deve costare un sacco di soldi. Chi li tira fuori?
«Nessuna persona, anche se benestante, può coprire da sola i costi di una società di basket così strutturata e con le nostre ambizioni. Le risorse vanno trovate sul territorio, con gli sponsor. Alcuni li avevamo, altri si sono aggiunti, ma l'idea vincente è stata il Network Labronica».
Che cosa sarebbe?
«È un’idea partorita da Giovanni Bernardo. Ci sono aziende che sono entrate in contatto fra di loro grazie a Labronica, che fra di loro fanno affari e che a Labronica, in cambio, versano una parte del fatturato di questi affari».
E poi c'è la nuova foresteria in via Costella, ci sono gli investimenti (tanti, ndr) in pubblicità, la politica dei prezzi stracciati per il minibasket...
«Gliel'ho detto prima. Cerco di gestire la società come una delle mie aziende. Se una spesa fatta oggi dà un ritorno domani, ben venga».
Apriamo una parentesi. Quanto le è costata la rinuncia a Izio Giusti, due mesi fa?
«Da un punto di vista umano moltissimo, anche perché sapevo che lui avrebbe voluto continuare a giocare con noi. Ma è stata una rinuncia soltanto agonistica, Izio ha un ruolo importante in società sul fronte del reperimento degli sponsor. Fa parte di questa famiglia e così sarà finche lui lo vorrà».
Dove volete arrivare? C'è un traguardo, un punto di arrivo?
«Il progetto lo abbiamo pensato in dodici anni, tre dei quali sono passati, divisi in due tappe di sei anni ciascuna. La prima tappa finirà nel 2019 e per quella data il sogno sarebbe di essere in serie B, ma anche una C gold ben radicata potrebbe andare bene. Ma il vero progetto è quello di avere una prima squadra fatta tutta o quasi con ragazzi che escano dal nostro settore giovanile. Posso concepire che si vada a cercare fuori di Livorno il lungo, visto che sembra che le mamme livornesi non ne producano più, ma per tutti gli altri ruoli dobbiamo fare da soli e magari riuscire anche a costruire una seconda squadra, una squadra satellite che faccia la promozione o la serie D per consentire anche ai ragazzi un po' meno bravi di restare con noi».
Da questo però siete ancora un po' distanti. Si dice che siate in difficoltà per trovare gli under previsti dal regolamento per la prima squadra...
«Inevitabile, visto che la nostra squadra più... anziana è il 2002 e in serie C non si possono schierare che dal 2001 in su. Il Don Bosco ci ha dato Bambi, abbiamo bussato a altre porte ottenendo solo rifiuti. Pazienza, ci rivolgeremo fuori Livorno (Ghezzano, Valdera, ndr) dove ci guardano con ben altra considerazione. Ma dall'anno prossimo potranno essere schierati anche i 2002 e il problema non si porrà più».
A proposito di progetti a lunga scadenza viene a mente quello del Modigliani Basket. Voi ne siete fuori. Per scelta o cosa?
«Non siamo stati interpellati. Ma fra settore giovanile agonistico, minibasket e femminile contiamo di superare le 400 unità, di cui 300 dal solo minibasket. Credo che potremo farcene una ragione...».
Sempre a proposito di collaborazioni. Ogni tanto rispunta fuori l'idea del Consorzio...
«Stiamo coltivando un sogno. E i sogni è bene non dividerli con nessuno...».
Lei sa che se in quella domenica dello scorso fine maggio avesse vinto Poggibonsi invece che Labronica condannandovi a un altro anno di serie D, una buona parte del basket livornese sarebbe stata contenta?
«Perfettamente. Ma l'avversione mi dà adrenalina. Anzi, sa cosa le dico? Se non ci fosse stata avversione forse avrei fatto di meno, non mi sarei impegnato tanto».
Appunto, spiacere è il mio piacere...
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