Il Tirreno

Livorno

La nuova ripresa di Dario: «Più felice sul ring senza una gamba»

di Federico Lazzotti
Dario Ercolano
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Dario Ercolano

Livorno, nato con l’arto più corto, per diciotto mesi a 12 anni è statto in una clinica in Siberia per farsi allungare la gamba. "Ero una cavia". Nel 2007 la decisione di amputare: «Ho subito trenta operazioni e con il pugilato sono rinato»

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LIVORNO. Dario Ercolano è nato due volte lo stesso giorno, il 31 agosto. E la seconda volta, trentasei anni dopo la prima, si è svegliato più felice, nonostante abbia dovuto rinunciare alla sua gamba destra: amputata una decina di centimetri sopra al ginocchio per via di una malformazione. «Oggi - dice dopo aver concluso l’ultima serie di colpi al sacco e pensando all’intervento di nove anni fa - posso dire che se avessi avuto due gambe non avrei fatto tutto questo». E parlare di «tutto questo» con Dario è una parentesi lunga e complessa che esce ben al di fuori del ring.

Perché Ercolano, milanese di nascita meccanico di professione, nonostante l’evidente disabilità con la quale convive dalla nascita, anche prima dell’amputazione non ha mai rinunciato a niente di quello che fanno i cosiddetti normodotati: moto, barca a vela, pesca subacquea, nuoto, e tantomeno alla boxe. «Mi allenavo già dal 2005 - racconta - poi nel 2008 dopo l’operazione sono passato dalla palestra Boxing Club, a Salviano, e ho incontrato di nuovo Luca Giusti, il mio allenatore di pugilato. Mi sono detto: “Devo tornare”. Così ho chiesto al medico se potevo fare boxe, ed eccomi qua. La boxe mi ha aiutato perché è una disciplina che ti costringe a sfidare prima di tutto te stesso».

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Venerdì Dario partirà per Londra assieme a Massimiliano, Jonathan e tutto lo staff amaranto per andare a combattere nella super riunione in programma la sera successiva, sabato 27 agosto. Nel programma della serata organizzata dalla Adactive Boxing Organization (Abo), affronterà l’inglese Lukey Boy Milligangan, anche lui pugile disabile con amputazione. «In questi mesi su Facebook ci siamo sentiti col mio avversario - racconta - è stato anche divertente perché io l’inglese non lo parlo benissimo, quindi ci sono state delle incomprensioni. Ma una cosa che mi ha detto l’ho capita bene: “Con il nostro incontro abbiamo una grossa responsabilità: mostrare al mondo la boxe per disabili”».

Dario si allena quattro, anche cinque volte a settimana, sta attento al peso e si muove sul ring grazie a una protesi in titanio, simile a quella che indossava Oscar Pistorius in pista. «L’ho fatta fare su misura dalla ditta Michelotti che ringrazio - ricorda - ma i primi tempi dopo l’amputazione è stata durissima: purtroppo il moncone che mi era rimasto si apriva spesso per via del contatto con tra la protesi e la carne, quindi ho dovuto fare altri due interventi per normalizzare la situazione».

In sottofondo, mentre Dario si muove attorno al quadrato, sembra di sentire Bob Dylan cantare la storia di “Hurricane” Carter, il pugile arrestato per un triplice omicidio e rimasto in carcere per vent’anni nonostante fosse innocente. Perché anche quella di Ercolano è una storia di sofferenza e rivincita nonostante il fisico statuario e i lineamenti da attore. «In vita mia - va avanti sfilando il caschetto e appoggiando la protesi a una corda - ho sofferto e non me ne vergogno. Sono nato con una malformazione, una specie di focomelia: avevo una gamba più corta, praticamente non avevo la tibia. Erano gli anni Settanta. I miei genitori mi hanno portato da decine di specialisti per risolvere il problema. Poi quando avevo 12 anni siamo venuti a conoscenza di un luminare, un medico russo che aveva una clinica a Kurgan, in Siberia, dove raccontava di essere in grado di allungare gli arti. Ma i pazienti sui quali la terapia riusciva, erano solo una piccolissima parte di quelli che curava. Ma questo lo abbiamo scoperto solo dopo...».

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Dario la settimana scorsa ha pubblicato sulla bacheca Facebook le foto di lui bambino prima e dopo la permanenza nella clinica in Russia. «In quel periodo sono stato sottoposto a operazioni mostruose, mi hanno strappato tendini e cartilagini per allungare l’arto. Sono stato una specie di cavia. Quando i miei genitori sono tornati a prendermi, venti mesi più tardi, pesavo poco più di trenta chili e avevo la febbre a quaranta».

Per i ventiquattro anni successivi il pugile livornese ha convissuto con quella disabilità: scarpe con uno spessore e stampelle. «Le ho contate: ho subito una trenta operazioni». E ha capito due cose: «Per essere disabili servono soldi e una famiglia alle spalle». Perché solo in «una realtà dove la disabilità viene nascosta e resa pesante si avranno problemi d'integrazione. Dove invece si vive nella completa accettazione del non problema e nell’ironia anche di se stessi si può vincere». È anche per questo che tra il 2006 e il 2007 Dario ha scelto la strada dell’amputazione: «Sono andato in un centro specializzato a Budrio e ho visto persone amputate che camminavano. Mi sono detto: “Se ce la fanno loro posso farcela anche io”...».

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