Gioco
Il signore degli anelli «Allenate la mente e arriverete in cima»
Il 22 agosto 2004, Yuri Chechi chiude la carriera olimpica con una medaglia di bronzo ad Atene, un terzo posto che non gli appartiene perchè gli spettava l’argento o forse proprio l’oro. E lo dirà...
Il 22 agosto 2004, Yuri Chechi chiude la carriera olimpica con una medaglia di bronzo ad Atene, un terzo posto che non gli appartiene perchè gli spettava l’argento o forse proprio l’oro. E lo dirà davanti alle televisioni, aggiungendo che il vero vincitore doveva essere il bulgaro Jordan Jovtechev e non il greco Tampakos, ginnasta di casa. A volte succede, ma è lui, il «signore degli anelli», che, da signore, si prende tutti gli applausi del mondo. Veniva da un grave infortunio, poteva non esserci, ma invece era lì ed era stato anche portabandiera degli azzurri, «un onore» di cui porterà il ricordo per tutta la vita. A nove anni, Yuri Chechi scrive per compito il classico «pensierino»: «Da grande voglio vincere una medaglia alle olimpiadi». Punto e basta. «È andata esattamente così - spiega - da piccolo sognavo di riuscire a salire sul gradino più alto del podio olimpico. Dovevo riuscirci e basta. La determinazione è stata fondamentale in questo. Lo è per raggiungere non solo gli obiettivi sportivi, ma tutte le cose della vita. Se hai determinazione, più alto e complicato è il tuo obiettivo e più puoi farcerla. Io pensavo di non farcela un giorno sì e uno no, ma - dico la verità - era un’esigenza vincere medaglie e quindi...». E quindi Yuri Chechi è diventato il «signore degli anelli» grazie anche a chi lo ha sostenuto sin da piccolo nelle sue scelte: «Ho avuto una famiglia che mi ha dato la possibilità di coronare i miei sogni. Ho fatto scelte complicate come quella di andare via da casa a soli 14 anni per vivere ed allenarmi al centro federale di Varese. È stata una scelta sofferta, ma mi hanno lasciato andare. Nessuno in casa mi ha fatto pesare le decisioni che ho perso. Ho fatto tutto quello che ritenevo giusto e questo mio atteggiamento è stato fondamentale. Non ho rimpianti. La mia vita si svolgeva al centro sportivo federale, l’allenamento era costante, quotidiano. Il nostro corpo non è stato creato per fare un salto mortale, ci devi arrivare con sei, sette ore di allenamento al giorno». Fra Olimpiadi, Mondiali, Europei, il ricordo più bello? «Di ricordi belli ne ho tanti, i momenti olimpici però sono quelli più intensi, i più particolari. Nel 1993 ho vinto a Bimingham i mondiali, venivo da un infortunio che mi aveva escluso da Barcellona dove potevo vincere tanto, mi ero rotto il tendine di Achille, quel mondiale fu il mio riscatto». Mai avuto paura degli avversari magari più forti fisicamente? «Ma no, non si può avere paura degli avversari. Io magari non avevo il talento di alcuni, ma ho saputo compensare lacune fisiche con la tenacia e la perfezione. Oggi con alcuni dei miei avversari ho ancora rapporti di amicizia, rispetto». Ecco, il rispetto: «sì, il rispetto è fondamentale nella vita e quindi nello sport. Le regole vanno rispettate. L’avversario va battuto rispettando le regole. Si parla di doping, scommesse. »Lo sport è meraviglioso e quando si rispettano le regole si accettano meglio le sconfitte. Nella vita è meglio una sconfitta pulita che di una vittoria sporca...« Però ad Atene, quella medaglia d’oro all’atleta greco... »Fa parte del gioco, anche quando ti rubano una Olimpiade; ad Atene quel bronzo che ho vinto vale quasi oro. Era una sfida molto difficile per una giuria faziosa, alla fine, mi spiace più per loro che hanno fatto una cosa senza rispettare le regole e una brutta figura».
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