Il lutto
Le avventure di Hidalgo «Da Cuba per il softball»
Josè, 63 anni, allena la prima squadra femminile della Liburnia, ora in Serie B «Nel mio Paese non ci sono società, Livorno è diventata la mia seconda casa»
LIVORNO. Josè Antonio Hidalgo è un tecnico cubano di 63 anni, che da qualche tempo ha trovato la sua seconda casa a Livorno. Il softball è la passione che lo ha portato all’ombra dei Quattro Mori, dopo una vita passata ad allenare le squadre di mezza Italia: Capannori, Caserta, Nuoro, Orgosolo e Verona. Qui ha preso in mano la prima squadra femminile della Liburnia, oggi nel campionato di Serie B, e il suo lavoro è stato molto positivo. E ora guarda avanti con fiducia, con voglia di continuare su questa strada.
La sua è una vita consacrata al diamante che lo ha portato a viaggiare tantissimo, non solo in Italia, come racconta lui stesso: «Sono venuto in Italia nel 1993 e ho allenato subito il Capannori in Serie A, dopo sono rientrato a Cuba per allenare la Nazionale femminile. Nel 2006 sono tornato in Italia e ho girato tanto: Caserta, Nuoro, Orgosolo e Verona. Nel 2012, in A2, allenavo Verona e giocavamo nello stesso girone di Livorno. Così nacque l’incontro con Riccardo Fraccari, che mi propose di venire ad allenare qui. E io accettai subito».
Josè, nel curriculum ha più di quarant’anni di carriera come allenatore, e da giocatore?
«Ho giocato per più di 16 anni anche in Nazionale. Giocavo a un buon livello, a Villa Clara, la città in cui sono nato, lì c’è una bella scuola di softball. Poi, dopo aver smesso di giocare, sono diventato allenatore. Tra la Federazione cubana e quella italiana c’è un ottimo rapporto di collaborazione sportiva, quindi eccomi qua, ma come me ci sono anche tanti altri tecnici cubani nel vostro paese».
Non deve essere facile gestire la lontananza con la sua famiglia...
«A Cuba ho una moglie, tre figli e tre nipoti: metà anno lo passo qui, l’altra metà da loro. Quando sono qui la mancanza è forte, ma anch’io manco tanto a loro. Sono arrivato a Livorno tre settimane fa e ripartirò a dicembre: sono tanti mesi lontano da loro, ma ormai sono abituato».
Potrebbero venire a trovarla in Italia?
«Sì, perché la politica a Cuba negli ultimi anni si è fatta meno severa. Prima potevano lasciare il paese solo i musicisti e gli sportivi, adesso per fortuna è più facile spostarsi, ma purtroppo il viaggio è molto costoso».
Ma non ci sono soltanto Cuba e l’Italia nel suo curriculum...
«Ho allenato anche il Guatemala per alcuni anni, dal ’94 al ’98. È più vicino a Cuba rispetto all’Italia, d’altronde ero solo a un paio di ore da casa. Il Guatemala un paese dove il baseball è praticato tantissimo, rispetto a Cuba ha un’impronta più occidentale, capitalista. Comunque ho allenato pure la Nazionale femminile italiana nel 2006 per un paio di mesi, mentre preparavano il campionato mondiale: anche questa è stata una bella esperienza».
E il baseball a Cuba?
«Non ci sono società che lo praticano. C’è solo l’Inder (Instituto nacional de deportes educación física y recreación, ndr), l’organismo centrale che organizza gli sport a Cuba. E il suo slogan è “Lo sport è per tutti”. Tutto fa capo all'Inder, che in pratica è l’ente unico di riferimento sportivo».
E invece a Livorno?
«Prima lo praticavano tantissimi ragazzi, la società era forte in vari campionati. Adesso, invece, ci sono meno ragazzi. È uno sport duro, non è facile sopportare il ritmo degli allenamenti: nei mesi estivi, per esempio, le ragazze si allenano tutti i giorni dalle 18 alle 20, magari devono rinunciare al mare e quando sei giovane devi trovare la voglia e lo spirito per farlo».
E quali sono le piazze italiane migliori in questo momento?
«Forlì, Verona e Bussolengo, mentre Bollate e Nuoro hanno perso un po’ di tradizione».
Il ricordo più bello legato alla sua esperienza a Livorno?
«La promozione in A2 nel 2012, perdemmo una sola partita in tutto il torneo, fu una stagione veramente incredibile».
Ha mai avuto qualche problema di ambientamento in Italia?
«Mi hanno sempre accolto benissimo da tutte le parti, gli unici problemi sono legati alla lingua, non è sempre facile spiegarmi bene in italiano».
E qui a Livorno come si trova?
«Molto bene, abito in un appartamento con altri due tecnici cubani che allenano a Tirrenia. In futuro, se la società è d’accordo, mi piacerebbe proseguire la mia avventura qui, perchè mi sono trovato veramente bene».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google