Gioco
Una generazione che si butta via
Pochi attributi, scelte troppo oltranziste e così sfuma Rio. Gentile e Bargnani, che delusioni
di FABRIZIO BRANCOLI
Siamo tanti, noi del basket, anche se non facciamo status come quelli dello sport che si gioca con i piedi e sull'erba, con le righe di gesso, gli stadi e quegli enormi canestri messi per terra di traverso con un omino davanti chiamato portiere, roba che in fondo non capiremo mai. Siamo tanti, siamo innamorati. E quindi soffriamo. E quindi siamo delusi.
Quando parliamo dell'Italia, parliamo con il "noi": non è solo la squadra che amiamo, è proprio la trasposizione di noi stessi. Per questo scriviamo in prima persona plurale.
Siamo fuori dalle Olimpiadi nonostante il fattore campo, la rosa piena di giocatori importanti e una certa scia collettiva che ci voleva qualificati in tromba.
Forse abbiamo pagato la pressione, certo. Ma i campioni non dovrebbero essere tali proprio perché sanno reggerla? Abbiamo più talento che palle.
E i singoli, quelli che nell'equilibrio possono fare la differenza, hanno fallito. Bargnani è un virtuoso accademico, tecnicamente fa impazzire ma nelle partite della vita per ora ha l'impatto di una verdura lessa. Gentile non sa giocare con lucidità i momenti chiave: può fare un break, una striscia vincente, ma nel punto-a-punto di una gara importante risulta deleterio. È così, accettiamolo. E, almeno per ora, non dipingiamolo più come un fuoriclasse. In più soffriamo una crisi cronica nel ruolo di centro, dove siamo dominati sistematicamente non da Russell, o Divac, ma da Planinic, uno che in altre epoche croate avrebbe guardato partite come questa alla tv, lasciando giocare quelli più bravi di lui.
In difesa questa scelta del cambio sistematico risulta troppo oltranzista; se vedi che non funziona, se vedi che gli altri prendono tutti quei mis-match, perché continui a farla? Smetti, che è meglio. Prova una zona oppure mantieni una marcatura rigida a uomo passando sui cambi, senza accettare i blocchi come se fossero insormontabili... provaci, almeno qualche volta... e magari Hackett che difende sui lunghi possiamo risparmiarcelo. A volte pare che andiamo in campo con un game-plan e non lo modifichiamo neppure quando ci rendiamo conto che è palesemente inefficace. E questo è un approccio da ottusi. Lo sport è impegno, è anche rigore, ma non è scienza. Noi siamo italiani, siamo tenaci e creativi, se ci fai recitare solo la parte di Robocop non andremo da nessuna parte e troveremo dei Robocop più bravi e precisi di noi.
Poi l'attacco. La palla ristagna, siamo fermi. Ma non ci eravamo allenati tanto per far circolare i passaggi? Cerchiamo Belinelli come se fosse una point-guard ma lui è letale solo se lo prendiamo in ritmo, sui tagli, mica se gli diamo la palla e lo lasciamo come uno scemo in isolamento a otto metri dal canestro... Non è un creatore di gioco, è un eccellente esecutore. Quando usciremo da questo equivoco?
E il buon vecchio penetra-e-scarica, che è il senso supremo di un attacco nel basket, dov'è finito, se lo è portato via Gianfranco Benvenuti quando ci ha lasciato? Vai dentro e poi ti riallarghi, fai lavorare la difesa e la punisci, coinvolgendo tutti. Niente, noi non lo facciamo. . Abbiamo i penetratori, come Hackett, il Gallo (che resta il nostro numero uno) e Gentile; abbiamo gente tipo Melli e Datome che sugli scarichi ravvicinati è potenzialmente fortissima; abbiamo Aradori e molti altri per gli scarichi fuori, ma non lo facciamo. Perché non giochiamo semplicemente i fondamentali invece che quella specie di ruota timida, che ci porta soltanto a un pick and roll a dieci secondi dal tiro?
L'avversario era bravo e scaltro ma non era più forte di noi. Potevamo batterlo. Era un'occasione eccezionale per una generazione di giocatori: sprecata. Non faremo la storia con questa squadra, siamo stati più artisti che guerrieri. Abbiamo molti principi azzurri, che vengono dall'America e dall'Europa, ma nessuno di loro ci bacia davvero. E fa male perché non eravamo in campo di nascosto. C'erano quattordicimila cuori azzurri a Torino, più tutti noi alla tv o con i telefonini: gli innamorati delusi. Quelli che non meritano di essere trattati così.
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