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«Il Livorno annegava, mi sono buttato per riportarlo a galla»

di Fabrizio Pucci
«Il Livorno annegava, mi sono buttato per riportarlo a galla»

Dopo undici anni l’ex bomber rientra in società «Spinelli? Vuole aprire un’altra pagina della storia»

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LIVORNO. Restaurata la monarchia: è tornato Re Igor Protti. Abbronzato, felice, appena un pizzico di emozione negli occhi. Non chiamatelo Sua Maestà. Per ora basta Club Manager.

Come intende interpretare il suo ruolo?

«Sarò in contatto quotidiano con l’allenatore e la squadra. Metterò a disposizione l’esperienza, il mio modo di vivere il calcio e questa città. Trasmetterò ai calciatori i nostri valori: spirito di sacrificio, senso di appartenenza e rispetto».

Come immagina il rapporto con gli altri dirigenti?

«Di grande collaborazione nel rispetto dei ruoli».

Che effetto le fa tornare a casa?

«Non mi sono mai sentito lontano. Anche dall’esterno ho sempre seguito il Livorno negli undici anni in cui sono mancato. Il mio legame con la squadra e la città non è mai cambiato. Ho sempre pensato che un giorno sarei tornato».

Già. E torna in un momento difficile…

«Sono qui perché siamo in una situazione complicata. Dopo tanti anni tra A e B siamo in Lega Pro e ora è il momento di mettere qualunque discorso da parte, di rimboccarsi le maniche e raddrizzare quelle cose che non hanno funzionato. Appena tre anni fa eravamo in serie A. Non offendo nessuno se dico che sono stati commessi tanti errori che non dovranno essere ripetuti. Certo, non ho la bacchetta magica, ma darò tutto me stesso come ho fatto da calciatore. Sono qui per dare il mio contributo che non so quantificare: uno, due, cinque. Ma anche se fosse solo uno, sarebbe comunque più di quello che avrei dato stando lontano da questo progetto».

È tornato solo perché il Livorno è in difficoltà o c’è dell’altro?

«La retrocessione ha inciso. Mi sento come una persona che deve ricostruire un palazzo crollato dopo un terremoto. Tra le macerie non c’è tempo per pensare se l’ingegnere ha sbagliato al momento del progetto o se il vicino di casa era fastidioso. Qui c’è da lavorare. Non mi spaventa l’idea di ricominciare dalla serie C. L’ho fatto nel ’99 da calciatore appena tre anni dopo aver vinto il titolo di cannoniere in B. Le difficoltà sono il mio habitat».

La prima cosa da fare?

«Ricreare un pizzico d’entusiasmo. Dobbiamo ritrovare il senso di appartenenza che consenta alla gente di mettere il Livorno davanti a tutto».

Già ma come si può fare questo, in concreto?

«È la questione del cane che si morde la coda. Se fai i risultati, la gente viene, ma per fare risultati ci vuole l’ ambiente. Da parte nostra dobbiamo lavorare con serietà anche se qualcosa sbaglieremo di sicuro. Sarebbe bello che tutti ci ricompattassimo, ma ho grande rispetto anche di chi in questo momento si è allontanato. Vogliamo riportare allo stadio anche queste persone».

I tifosi pensano: è tornato Protti, significa che il progetto di Spinelli è serio. È così?

«Fin dal primo incontro con il presidente ho trovato una persona che vuole cancellare gli errori del passato. Non credo che la società abbia intenzione di vivacchiare in Lega Pro, ma voglia lottare per tornare dove eravamo. Attenzione: lottare non significa riuscirci subito. E questo è un altro aspetto fondamentale. Non è possibile pensare che in serie C per il semplice fatto di chiamarci Livorno ci vengano stesi tappeti rossi. E se al primo pareggio con una squadra senza un grande nome pensiamo che è finito tutto, allora rischiamo di restare in Lega Pro trent’anni come l’ultima volta. Se siamo consapevoli di dover combattere per un campionato importante, siamo un bel pezzo avanti».

C’è un modo per rimettere in marcia il Livorno?

«Vorrei che da oggi giocatori, allenatore e squadra da oggi pensasse, ragionasse al plurale. È il noi che conta, non l’io. Non esiste che una sola persona si senta responsabile delle difficoltà, e nemmeno che uno faccia il fenomeno per risolvere le situazioni».

Protti che torna insieme a Spinelli è un evento che fa notizia…

«Lo capisco. Io ho fatto il matrimonio con il Livorno. Conosco il presidente da tanti anni e con lui ho un rapporto normale. Penso che abbia fatto cose buone e altre meno buone. Non penso che alla sua età possa cambiare il suo modo di interpretare il calcio, ma da ciò che mi ha detto si è reso conto di aver commesso errori e vuole ripartire».

Quanti l'hanno incoraggiata e quanti l'hanno sconsigliata di tornare?

«La maggior parte mi ha detto di pensarci bene. Io ci ho pensato bene. E sono qua».

Perché non è tornato prima?

«Perché solo oggi il mio amico Livorno ha bisogno di aiuto. L’ho visto annaspare tra le onde. Ho riflettuto e mi sono buttato».

Qual è l’errore da evitare in assoluto?

«Non garantire continuità. Dal ’99 a oggi quando un allenatore è rimasto sulla panchina per tutto l’anno abbiamo ottenuto grandi risultati».

Che pensa di Foscarini?

«L’ho conosciuto quasi 30 anni fa alla Virescit. Io ero un ragazzo e lui agli ultimi anni da giocatore. Era il capitano: serio, rispettoso. La sua storia di allenatore parla per lui. A Cittadella ha fatto grandi cose, spero possa ripetersi qui».

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