Gioco
«Nibali è super ma al Tour il capitano è Aru»
Parla il re dei ds, Martinelli dell’Astana: «Vincenzo deve prepararsi bene per Rio»
Giuseppe “Beppe” soprannominato “Martino” Martinelli, attuale diesse del Team Astana, festeggia proprio nel 2016 le sue “prime” trenta annate come direttore sportivo di squadre ciclistiche professionistiche. 61 anni compiuti l'11 marzo scorso, bresciano di Lodetto nel Comune di Rovato, è il tecnico dei record avendo guidato alla vittoria nei grandi Giri a tappe Vincenzo Nibali (2 Giri d'Italia e 1 Tour de France), Marco Pantani (1 Giro d'Italia e 1 Tour de France), Stefano Garzelli, Gilberto Simoni, Damiano Cunego (un Giro d'Italia ciascuno) e Fabio Aru (una Vuelta di Spagna).
Nove successi nelle tre più importanti gare a tappe al mondo non li può vantare proprio nessuno dei suoi colleghi diesse e questi risultati invidiabili sono il frutto meritato di anni di duro e appassionato lavoro, svolto all'interno di team importanti come Carrera, Mercatone Uno, Saeco, Lampre e Astana, squadre che hanno fatto o stanno ancora scrivendo la storia del ciclismo moderno. Sul piede di partenza per il Tour de France, dove potrà contare su due atleti del calibro di Nibali e Aru, abbiamo realizzato con Martinelli questa intervista ricca di spunti.
Qual è il tuo ruolo ufficiale in seno all'Astana?
«La mansione attuale è quella che prediligo: sono direttore sportivo del team kazako».
Come valuti i sette anni trascorsi con il team Astana?
«Indimenticabili, pieni di soddisfazioni e di grandi vittorie grazie anche alla validità dello staff costruito da Vinokourov».
C'è un segreto alla base del record di nove successi ottenuti come diesse nei grandi Giri?
«Ho avuto la fortuna di lavorare con campioni eccezionali come Contador, Pantani e ora Nibali e Aru. Tuttavia, senza falsa modestia, ritengo di possedere l'essenziale capacità di riuscire ad amalgamare il gruppo di ciclisti che ogni anno mi viene affidato. Dagli atleti pretendo inoltre la massima serietà negli allenamenti e nella vita quotidiana, poiché sono convinto che il lavoro ben svolto ricompensi sempre. Comunque i miei ragazzi hannno vinto anche importanti classiche in linea come la Liegi-Bastogne-Liegi, la Sanremo e il Lombardia, non soltanto i grandi Giri a tappe...».
Un tuo commento conclusivo sul Giro 2016?
«Un Nibali immenso, capace di ribaltare una situazione compromessa, lo ha vinto con pieno merito e a dispetto di chi aveva già intonato per lui il de profundis. Solo a fine Giro è trapelata una situazione che siamo riusciti a tenere ben nascosta, poiché Vincenzo ha avuto problemi di salute per alcuni giorni. Sì, senza la caduta Kruijswijk sarebbe stato difficile da battere ma a chi sostiene questa tesi dico soltanto che lo stesso Nibali in passato ha perso gare importanti a causa di cadute, incidenti, forature o problemi di salute. Questo è il ciclismo, ragazzi e va accettato anche quando la malasorte colpisce duramente».
Quindi la crisi di Nibali sulle Dolomiti non era da imputare alle pedivelle sbagliate...
«Opinioni - sbagliate - in libertà che non commento; le pedivelle c'entravano ben poco e lo si è visto nelle tappe decisive».
Ma il Giro 2016 ti è piaciuto?
«Sì, parecchio. Il ciclismo moderno deve andare in questa direzione, con tappe brevi e salite anche molto difficili, disseminate però con criterio lungo il percorso. Quest'anno ho notato con piacere tanto pubblico, da Sud a Nord c'è stato quasi sempre il pienone e questo mi pare un buon segno per il nostro ciclismo».
Il World Tour è da rifondare?
«Proprio da rifondare non direi. Secondo me, per fare riavvicinare sponsor importanti e recuperarli al ciclismo nonostante la crisi economica strisciante, basterebbe dare maggiore importanza ai team di categoria Professional, ai quali potrebbero attingere i club del World Tour per lanciare i giovani più interessanti. Lo slogan del World Tour è "le migliori squadre con i migliori atleti nelle migliori gare", ma oggi non mi sembra proprio che corrisponda alla realtà».
A proposito di giovani, tuo figlio Davide ha debuttato alla grande tra i professionisti vincendo subito una corsa in Francia, sei orgoglioso di lui?
«Risposta ovvia. Davide è molto bravo, determinato, ha la mentalità adatta per fare il corridore e io cerco di non stressarlo quando ci troviamo a casa. È giusto che si costruisca la carriera in autonomia e non ci tengo nemmeno a diventare il suo diesse, in futuro. Il ciclismo deve continuare a piacergli senza sentire il peso dei sacrifici che questo sport impone e allo stesso tempo non deve perdere il senso del dovere verso chi lo dirige».
Veniamo al Tour de France 2016: le gerarchie nel team Astana?
«Aru parte come capitano. E' in ripresa dopo il Delfinato, nel quale è andato a corrente alternata e ha perso troppo terreno sulle salite. Ha disputato il campionato italiano su strada e sono certo che al via del Tour Fabio sarà già competitivo».
Ma esiste il rischio concreto della nascita di un dualismo tra Aru e Nibali?
«No, non date retta a chi semina zizzania per crearci delle difficoltà, è solo invidia poiché ogni diesse sognerebbe di poter dirigere due campioni come loro. Sono due ragazzi leali e si rispettano, quindi non ci saranno problemi. Vincenzo correrà il Tour per preparare al meglio le Olimpiadi di Rio, dove penso che possa lottare per la vittoria; al Tour, invece, dovrà essere come un angelo custode per Fabio».
Se in qualche tappa, durante la prima settimana della Grande Boucle, Aru perdesse terreno, per una caduta, una foratura o altro, cosa dovrebbe fare Nibali?
«Sicuramente dovrebbe attenderlo e poi cercare di riportarlo al più presto in gruppo».
Parliamo degli avversari: i più pericolosi?
«Sono il solito irriducibile Contador, Froome e soprattutto i colombiani, con Quintana che nell'ultima settimana del Tour 2015 si dimostrò il più forte di tutti».
Anche nell'Astana avete un giovane colombiano molto promettente.
«Sì, è Miguel Angel Lopez Moreno, un talento incredibile, vincitore pochi giorni fa del Giro di Svizzera. Ha soltanto 22 anni e lo notammo al Tour de l'Avenir nel 2014. Vinokourov è poi stato molto abile, riuscendo subito a farlo firmare per noi».
Tu e lo Squalo Nibali siete a fine contratto con l’Astana: come vedi il vostro futuro?
«Ormai mi sembra molto improbabile che Vincenzo rimanga, prevedo la "Nibaliexit" salvo qualche improbabile miracolo da parte di Vinokourov. E' un peccato perché credo che qualsiasi diesse desidererebbe dirigere due assi del calibro di Nibali e di Aru e io posso confermare che non è affatto difficile guidarli. Dopo sette anni di proficuo lavoro è in scadenza anche il mio contratto, mi piacerebbe restare ma prima vorrei vedere quali saranno gli inserimenti di nuovi atleti e i programmi».
Mai pensato di diventare Ct della nazionale italiana di ciclismo?
«Sarebbe il coronamento di una carriera ma non ci ho mai pensato seriamente. Cassani è bravissimo e inoltre siamo in perfetta sintonia: ci sentiamo spesso e credo di essere il tecnico con il quale Davide si consulta più di frequente».
I tuoi ricordi più belli come diesse e come ciclista?
«Come diesse direi il successo di Nibali a S. Anna di Vinadio quest'anno, una giornata epica. Come ciclista sicuramente la medaglia d'argento che conquistai - dopo la squalifica del tedesco Thaler - alle Olimpiadi di Montreal nel 1976. Eravamo in sei in testa e proprio nel finale ci beffò lo svedese Johansson che vinse per distacco. Io regolai allo sprint il gruppetto degli inseguitori ad una trentina di secondi dal vincitore. Un risultato memorabile in uno scenario unico per lo sport come quello olimpico e la mia fu l'unica medaglia conquistata in quell'edizione dei Giochi Olimpici dal ciclismo italiano».
Andrai a Rio?
«No, dopo il Tour mi riposerò a casa e vedrò le Olimpiadi solo alla TV, ovviamente tifando Nibali e Italia, che su di un tracciato duro e insidioso dovranno guardarsi principalmente da Valverde e dai colombiani. Inoltre, per la prima volta in sette anni, non sarò nemmeno alla Vuelta di Spagna. In precedenza ero sempre stato sull'ammiraglia in tutti e tre i grandi Giri a tappe».
Nel ciclismo di oggi la doppietta vittoriosa Giro-Tour è impossibile?
«Impossibile non lo è, però è molto difficile da realizzare. Quest'anno toccherebbe a Nibali provarci, ma non lo vedo competitivo per il Tour. Però con i campioni veri non si sa mai...».
Fra i campioni che hai guidato, chi ricordi con maggiore piacere?
«Sicuramente Marco Pantani, grande e sfortunato, un mito, un fuori categoria. Attualmente apprezzo molto sotto il profilo umano sia Nibali che Aru, due ragazzi d'oro».
Per il caso Schwazer-bis sono stati fatti degli accostamenti con Pantani: sei d'accordo?
«La vicenda di Schwazer mi rattrista parecchio. Come accadde con Marco, forse molte cose sono state capite in ritardo e con difficoltà; ma prima di pronunciarmi attendo le controanalisi».
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