Il Tirreno

Livorno

Pavoletti tra rovesci e ricordi: «Gioco a calcio dopo un ko a tennis»

Riccardo Ferretti
Pavoletti tra rovesci e ricordi: «Gioco a calcio dopo un ko a tennis»

Livorno,  incontro al circolo di Villa Lloyd tra l'attaccante del Genoa e alcuni tennisti allenati dal padre del Paolo: "Mi ha insegnato a non arrendermi" 

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LIVORNO. Leonardo Pavoletti è stato giovedì 23 giugno il grande protagonista di una piacevole chiacchierata a Villa Lloyd, circolo dove insegna ai bambini il padre Paolo. Accolto come una vera star dal consigliere del club, Luca Salvetti e dai maestri del settore agonistico, Lucia Della Fazia e Marco Lepri. L'attaccante del Genoa ha risposto alla raffica di domande dei giovani allievi biancoverdi e firmato un sacco di autografi, ha posato per mille foto ed ha strappato scroscianti applausi non solo per le grandi virtù sportive ma anche per la sua semplicità, lealtà, disponibilità, educazione che lo hanno reso il beniamino di tutti i livornesi.

S perché a Pavoletti «gli si vOle bene prima di tutto perché è un biNbo puro e di principi sani». Parole di Dario Spagnoli, titolare dell'Enoteca Forte San Pietro in Venezia, che ha inaugurato due mesi fa, insieme a tre amici, addirittura un fan club intitolato a lui. Si chiama “Pavo gol Boia de'”ed ha ricevuto adesioni da mezza Italia. Pavoloso ha ammesso che «l'esperienza con la Nazionale è stata bellissima, tre giorni intensi in cui ho però subito capito che Conte non mi avrebbe convocato. Spero con Ventura di avere un'altra chance».

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"Bomberone" ha dichiarato di cavarsela benino con il tennis anche se per colpa (o per merito?) della compagna di corso decise di cambiare sport: «Sono nato con la racchetta in mano grazie al mio babbo, poi un giorno ho perso da Alessandra Di Batte e ho capito che dovevo giocare a calcio. Tutti mi dicevano che col pallone ci sapevo fare e allora ho cominciato la mia nuova avventura».

Brillano gli occhi a "Pavogol" quando parla del padre: «Il rapporto è sempre stato di odio e amore, spesso mi ha fatto arrabbiare perché abbiamo caratteri diversi, però è stato fondamentale: mi ha stimolato a dare il massimo e mi ha fatto credere nelle mie possibilità».

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