Gioco
"Izio" Giusti dopo l'addio alla Labronica: «Il canestro non si rottama, è la mia vita»
Livorno, a quasi 45 anni parla il giocatore che con Mario Boni ha giocato in tutte le serie: dalla A alla Promozione. "Il campino è libertà, è divertimento, è felicità"
LIVORNO. Il vecchio giocatore non ha quasi più capelli e preferisce tenere la testa rasata, ma se li avesse, i capelli, sarebbero in parte bianchi. Così come è ormai brizzolata la corta barba. Il vecchio giocatore è Maurizio “Izio” Giusti, ha quasi 45 anni, è il solo in Toscana, insieme a un certo Mario Boni, ad aver giocato in tutti i campionati, dalla promozione fino alla serie A. Ma ha anche lo sguardo acceso del ragazzino, quando parla di basket, la sua vita da quasi 40 anni.
«Ho cominciato a 6 anni, alla Libertas, e lì sono stato per tutta la trafila delle squadre giovanili, fino alla fine del campionato juniores. Negli ultimi tempi mi allenavo con la prima squadra di Alberto Bucci». La sua carriera è un viaggio infinito su e giù per la penisola, difficile da ricostruire perfino per lui.
«Appena finito il settore giovanile - ricorda - andai a Reggio Calabria dove mi portò Piero Costa che ne era il general manager. Mi mandarono in una loro società satellite, Palmi, che faceva la serie B. Piero avrebbe voluto che restassi lì ma purtroppo si aggravò improvvisamente fino a morire prematuramente e la cosa sfumò. Andai a Benevento, dove vincemmo il campionato di B2, poi alle Forze Armate con Nico Paoli, Stazzonelli e Gabriele Niccolai. Di tutti quelli che giocavano con me a quei tempi non c'è più nessuno in attività, a volte mi sembra di essere un sopravvissuto».
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:sport:1.13673622:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/sport/2016/06/16/news/baket-la-labronica-rottama-izio-giusti-e-vicenzini-1.13673622]]
Il giro d'Italia continua a Lucca (tre stagioni, compresa la B1) con Drocker, Della Rosa, Giulivi, poi a Follo, a La Spezia, di nuovo a Follo. Sempre con quel modo di giocare che a volte va sopra le righe, diventa la recita di un Istrione, uno che si piace e ama piacere. Che poi, quando si è istrioni, l'importante non è giocare in una grande arena, bastano, come cantava il grande Aznavour «Quattro tavole in croce e qualche spettatore».
Una volta, alla palestra Gemini, dopo un assist no look con la velocità di Sagan e l'eleganza di un prestigiatore, mentre la gente applaudiva, si avvicinò al centro del rettangolo di gioco e si inchinò davanti al pubblico, come fanno gli attori alla fine della recita, ci mancava solo che qualcuno tirasse l'immaginario sipario di velluto bordeaux, perché da un punto di vista dello spettacolo niente più poteva ormai accadere, quella sera.
San Marino, Rubiera, Ragusa, poi finalmente è l'ora di tornare in zona, così c'è tempo anche per mettere su famiglia. «De Raffaele mi volle a Basket Livorno in A1 per completare il numero degli italiani a referto. Una soddisfazione enorme, anche se il minutaggio con tutti quei campioni non c'era, toccare la serie A a un'età nella quale molti smettono. Se ne accorse anche la Gazzetta dello Sport, mi dedicarono mezza pagina, da qualche parte ho ancora il ritaglio».
Il giro d'Italia è finito. Metà stagione al Don Bosco con Tedeschi come coach, la promozione con il Basket and Friends, poi Ghezzano, la Libertas prima ancora con Tedeschi poi con Pardini, Carrara e finalmente la Labronica, l'ultima promozione e anche la fine della corsa, a quanto s'è letto in questi giorni.
«Nemmeno per sogno, io voglio continuare a giocare. Sono quarant'anni che lo faccio, secondo la legge Fornero - scherza - per la pensione ce ne vogliono 42, qualcosa troverò. Certo, dispiace, nessuno vorrebbe mai essere messo da parte, specie dopo un campionato vinto. Ma li capisco e Labronica resta la mia casa. Se avessi un figlio in età di minibasket o se uno mi chiedesse un consiglio su dove mandare un bambino non avrei esitazione a consigliare la società giallonera, anche se non faccio più parte della squadra. Mi occuperò di altre cose, ma resto in famiglia».
Certo che conciliare lavoro (fa il rappresentante di prodotti per coiffeurs, ndc) famiglia e passione non deve essere stato facile. «Devo moltissimo a mia moglie Angela (Foresi, figlia di quel Fabrizio che fu giocatore sia alla Libertas e alla Pielle e nipote di Umberto, il presidente della promozione delle triglie in serie A nel 1980), tutte le sere tornare a casa tardi, con l'allenamento fatto dopo il lavoro, una domenica sì e una no fuori di casa, per lei e le bimbe (Vittoria e Beatrice) non c'è mai stata una vacanza invernale. Non finirò mai di ringraziarle».
Ad uno come “Izio” se domandi se ha mai pensato di allenare, risponde scuotendo la testa e un sorriso guascone. «No, anche se credo che qualcosa da insegnare ai giovani ce l’avrei. E comunque quando smetterò di giocare (a 45 anni usa ancora il futuro, non male....) il tempo libero sarà per la mia famiglia». E poi c'è il campino. Al vecchio giocatore brillano gli occhi solo a parlarne.
«Li frequento, anche quelli, da quasi quarant'anni. Prima quello di via Montebello (nome irriferibile, comunque è quello dove c'era l'Istituto Dal Borro), dove mio padre mi portava quando ero bambino da via Ebat dove abitavamo, poi la Pinetina, i Salesiani, quello nel condominio di via Allende». La descrizione delle atmosfere estive tra canestri arrugginiti e partite infinite è roba da neorealismo dello sport.
«Il campino è libertà, è divertimento, è felicità. Puoi fare quello che vuoi, azzardare il tiro da nove metri o il passaggio più improbabile senza la paura che l'allenatore ti guardi in un certo modo o si arrabbi. Il campino è raccontare le storie di basket ai ragazzi che hanno oltre vent'anni meno di te, è fare le squadre e vedere che c'è chi vuole giocare con te sperando nell'assist o chi sceglie apposta di giocarti contro sperando di rubarti la palla dalle mani. Il campino è il basket puro, senza secondi fini. Lì giochiamo tutti insieme, dal giocatore professionista ancora in attività a quello che si palleggia sui piedi e il sudore è uguale per tutti. Certo, ci sono anche lì, delle gerarchie».
Un mondo dentro altri mondi: «Un personaggio tipico da campino è Mattia (Sacconi), uno che va personalmente a cambiare le retine quando si rompono, poi c'è il “divino”, Jhonny Di Paco, Valerio Malanima che non manca mai anche se ha da tempo passato i 50 anni. E tanti, tanti altri. Il campino per chi ama davvero il basket è una specie di seconda casa».
La chiacchierata finisce, il vecchio giocatore risale in macchina, l'agenda è piena di appuntamenti. Sul sedile posteriore, accanto alla valigetta del rappresentante, c'è il borsone con gli indumenti da gioco. Perché una squadra al momento non c'è ma, se Dio vuole, stasera prima del tramonto c'è un campino che aspetta “Izio”.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
