Gioco
Boxe, inchiesta della Federazione su Bottai: «Costretto a rinunciare al titolo»
Livorno, aperto un procedimento contro il pugile livornese per un diverbio a bordo ring: ora rischia tre mesi di squalifica
LIVORNO. Un caso incredibile, una storia pazzesca e un processo sportivo in corso. E soprattutto la rabbia di Lenny Bottai, vero e proprio motore della Spes Fortitude, per «una richiesta scandalosa durante un incontro di un mio pugile, Jonathan Sannino». Protagonista nello scorso dicembre, a Rezzato (Brescia), del campionato italiano neo-professionisti (campione nella categoria dei pesi piuma).
Il caos è scoppiato durante le semifinali della manifestazione, quando gli organizzatori hanno chiesto a Bottai e alle altre due persone (la moglie di Lenny e il tecnico Boldrini) al seguito del giovane boxeur - «tutte autorizzate a stare a bordo ring» - di comprare i biglietti. Come se a San Siro, giusto per fare un esempio, l'allenatore e lo staff tecnico della squadra ospite fossero costretti a pagare.
«Credo che sia la prima volta nella storia dello sport», le parole di Bottai. La richiesta degli organizzatori ha portato a una discussione, la discussione a un processo e il processo a una richiesta dell'accusa: 90 giorni di squalifica per Bottai, la moglie e la società, oltre a una multa di 300 euro. «Ora stiamo aspettando le sentenze, ma intanto sono stato costretto a rinunciare alla difesa del titolo italiano (pesi superwelter, ndr): avevo pensato di smettere, è vero, ma probabilmente ci sarebbe stata una rivincita. La certezza è che avevo due richieste internazionali, una dalla Russia e una dalla Germania, ma come fai a prendere accordi con il rischio di squalifica?».
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L’EPISODIO. Bottai ha raccontato parte di questa vicenda sulla sua pagina di Facebook e ha ricevuto tanta solidarietà, tornando poi sui fatti di Rezzato. «Subito dopo la richiesta di pagare i tagliandi - continua il pugile - mi sono arrabbiato e ho contattato subito la Lega Pro Boxe, con la quale sono arrivato a un accordo: due pass gratuiti e un biglietto da comprare. Ma non è giusto, il regolamento è chiaro: ogni pugile può avere 4 persone a bordo ring. E nessuna deve pagare, ma questo mi sembra ovvio...». Non agli organizzatori della manifestazione pugilistica che, nonostante il compromesso, hanno chiesto di pagare anche alla moglie di Bottai.
«Beh, lì è nata una discussione. Ci ha pensato il segretario della Lega, imbarazzato per la situazione, a calmare le acque e a far passare mia moglie. “Piuttosto pago io”, le sue parole. Così lei è entrata, tutti noi siamo andati all’angolo e Sannino ci ha regalato una grande soddisfazione. Il giorno dopo (quello della finale vinta, ndr) ho impugnato il regolamento e ho chiesto l'intervento del commissario di riunione, che ha obbligato gli organizzatori a darci i pass e ci ha anche reso i soldi del biglietto pagato 24 ore prima».
I PROCESSI. Ma un mese fa, a casa Bottai, ha bussato la Procura federale: indagine su di lui per aver minacciato l’organizzazione e sulla moglie per aver sfondato l’ingresso del palazzetto bresciano. «Tutto con omissioni, ricostruzioni assurde e incongruenze, rilevate anche in aula. I testimoni dell’accusa, oltre ad aver rilasciato dichiarazioni in contrasto tra di loro, ci hanno attaccato dal punto di vista comportamentale, eppure nel report sulla sicurezza non c’era scritto niente di questo...».
Ma nelle ultime ore, a Bottai, è stato recapitato un altro procedimento aperto: al centro alcuni post su Facebook, che verranno valutati. «Non me lo metteranno mai il bavaglio, piuttosto radiato o morto». E infatti, proprio sul social network, ha citato Giordano Bruno, il prete eretico finito al rogo nel 1600.
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