Gioco
Lenti, la dinastia della boxe: Vairo sulle orme del padre Roberto
Livorno, il figlio d'arte: sogno il mondiale come Parisi
LIVORNO. Un figlio d’arte, un predestinato. A Vairo Lenti, per tutti VaIron-Men, 24 anni dietro l’angolo (8 settembre), diploma di perito nel primo cassetto, pizzaiolo di professione e boxer per vocazione e passione.
Quando gli chiedi cosa gli piacerebbe fare nella vita ha pochi dubbi: «Il pugile professionista». «Da piccolo come molti miei amici ho provato a giocare a calcio. Poi casualmente ho iniziato a fare qualche corso di ginnastica pugilistica. E una volta che indossi i guanti non torni più indietro. Dall’amatore al professionista, la boxe ti prende fisicamente e mentalmente. Una volta iniziata non la lasci più. E poi c’è la tradizione di famiglia e forse qualcosa di più scritto nel dna».
Già il babbo Roberto, ex pugile e suo mentore e attuale maestro alla palestra Sport Combat Accademy in via Firenze. Un babbo che dopo aver visto il figlio giganteggiare nelle giovanili, conquistare il Guanto d’Oro un annetto fa, e fare l’esordio vincente nella Lega Pro Boxe il 14 maggio a La Spezia, battendo Joven Jaque Fernando Giorgetti, per il suo “cucciolo” sogna a occhi aperti nuovi traguardi, cominciando dal titolo tricolore Lega Pro dei superleggeri. Un obiettivo alla portata di VaIron-Man o più simpaticamente il “bimbo di Corea”.
Prossimo match?
«A Roma il 25 giugno. L’avversario è ancora da definire ma dovrebbe essere tosto. Per questo sto lavorando duramente con babbo. A dare una mano per la preparazione atletica sono anche il maestro Fabrizio Trinca e Samuel Da Valle che cura tutti i particolari inviandoci, da Cuneo dove lavora, le tabelle di allenamento. Insomma un bello staff”.
Sogni?
«Quelli di qualsiasi pugile e sportivo: disputare e vincere il campionato mondiale».
Perché prima la Lega Pro?
«È una tappa obbligata per chi, come me, non ha disputato incontri internazionali».
A Livorno quanti siete i pugili della Lega Pro?
«In tre. Io, Jonathan Sannino e Federico Gassani».
Non era meglio rimanere dilettante entrare in nazionale e sperare poi di poter essere inserito in un corpo militarizzato dello stato?
«Ho sperato e provato ad entrare nella nazionale, per obiettivi molto più grandi. Ad esempio disputare i campionati Europei e magari anche Mondiali e Olimpiadi. Pur avendo affrontato e battuto i pugili italiani più bravi e dimostrato le mie potenzialità e il mio valore non sono mai entrato nei pensieri dei tecnici federali. Far parte di un corpo militarizzato dello stato, invece, non mi mai interessato».
Il pugile italiano o straniero a cui pensi di assomigliare?
«Francamente non so se assomiglio a qualcuno. I miei idoli sono stati Giovanni Parisi e l’ucraino Kostya Tszyu. Io spero di fare una boxe piacevole e gradita al pubblico».
Il pugile livornese che stimi di più?
«La mia stima va a tutti. Spero sia una stima reciproca. Capisco i loro sacrifici, anche se alcuni non ambiscono a grossi risultati. Nonostante ciò sudano tutti i giorni in palestra, dopo una giornata di studio o di lavoro, per poi salire sul quadrato e dare il massimo indipendentemente dall’età».
Maestri prima di babbo Roberto Lenti?
«In primis Gigi Tassi, il primo allenatore anche di babbo. Poi Roberto Maltinti. Del gruppo di istruttori facevano parte anche Luca Tassi a cui mi sono ispirato per alcuni dettagli tecnici e Gianluca Urbani».
Facciamo un passo indietro. Perché quasi due anni nel 2014-2015 in Inghilterra?
«Sono andato alla ricerca di nuovi stimoli, nuove sensazioni che qui in Italia non riuscivo più a trovare. Ho fatto il pugile, lo sparring partner, l’allenatore. È stata sicuramente più dura, ma reale. Un modello di vita che ti aiuta crescere e a capire meglio te stesso. Poi ritrovata la serenità sono ritornato e visto che babbo aveva nel frattempo preso il tesserino di tecnico di pugilato abbiamo iniziato quest’avventura. Subito con buoni risultati. Ma questo è il passato ora anche con l’aiuto degli amici della palestra cercheremo di ritagliarci uno spazio importante pure in campo professionistico».
Andiamo sul personale non puoi negare di essere l’idolo delle teenager. Tante ragazzine vengono alle riunioni solo per vederti. Ma tu una fidanzata ufficiale ce l’hai. Se sì cosa pensa di questa tua passione?
«Sì. Sono felicemente fidanzato con Giada Mambrini. Con lei mi trovo molto bene. Mi sostiene nei momenti duri della preparazione ed è consapevole che prendendo me ha preso un pacchetto completo in cui il pugilato è un elemento imprescindibile, irrinunciabile».
Ultima cosa più bravo il babbo o il figlio?
«Mah. Fatti raccontare da lui cosa ha fatto».
Ecco la risposta di babbo Roberto. «Ho combattuto negli anni ottanta. Ho frequentato la nazionale juniores e quella seniores. Sono stato allenato dai migliori maestri di pugilato di quel periodo: Gigi Tassi, Franco Nenci, Franco Falcinelli, Caneo. Una volta ai giochi del Mediterraneo ho battuto un vice campione d’Europa. Inoltre ho fatto parte della nazionale militare. Insomma mi sono divertito. La soddisfazione sportiva più grande è stata la partecipazione ai campionati del mondo militari nell’87 nel North Carolina dove sono uscito nei quarti di finale. Per questo penso che la passione di Vairo per la boxe sia genetica. Davvero una bella passione! Vairo però è più bravo di me. E per me non è il bimbo di Corea ma di Livorno. Con il cuore colorato d’amaranto».
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