Gioco
Zidane il predestinato altri due anni al Real
«Sì, questo è il club della mia vita» ammette Zizou dopo il trionfo E Florentino Perez lo ha confermato con un attestato di “amore”
MILANO. Destini che si intersecano, centimetri che cambiano la storia con pali e traverse. La carriera di Zidane sorge direttamente allo Zenith, polo proprio solo dei prescelti; quella di Simeone, in un brutale scherzo della sorte, subisce un colpo secco che lo spedisce al Nadir ma non lo abbatte. «Tra me e Zizou c’è una grande storia d'amore, una storia felice. Sta qui da 15 anni, abbiamo un contratto per i prossimi due: non vedo problemi per il futuro». Le parole con cui il presidente, Florentino Perez, ha confermato Zidane sulla panchina del Real Madrid chiudono contestualmente le porte ad eventuali terremoti paventati in caso di sconfitta. Il tecnico ha sbagliato ad esaurire i cambi in maniera troppo frettolosa, non ha dato un gioco offensivo alla squadra, ma resta uomo di fiducia della società, avendo legato in maniera indissolubile il suo nome a quello dei Blancos: in campo per la Nona, assistente di Ancelotti per la Decima, allenatore della Provvidenza per l'Undecima. «Sì, questo è il club della mia vita», un’onesta ammissione quella di Zidane tra un sorriso e un respiro profondo al termine di una serata ad altissima tensione. Cinque mesi fa era ancora alla Castilla, oggi si trova sul tetto d’Europa. La gioia esausta di Zidane stride con l’amarezza di Simeone. Per ogni vincitore, d'altronde, ci deve essere un vinto. «Non era il nostro giorno», il fatalismo del Cholo ha squarciato un velo di disincanto. La sua seconda occasione ha rinnovato un finale crudele per l’Atletico di fronte ai rivali storici del Real Madrid ma Simeone, da hombre vertical quale è sempre stato, ha prontamente ordinato ai suoi di rialzarsi: «Non piangete ragazzi, siete stati bravissimi». Un divieto che tra mille dubbi dovrebbe valere soprattutto per se stesso visto il desiderio di «fare un bilancio dopo due finali perse» e la volontà di «leccarsi le ferite». Simeone non ha cercato scuse né alibi: non ha parlato del fuorigioco in occasione del gol di Ramos, non ha rimarcato il rigore sbagliato da Griezmann, non ha parlato di budget o bilanci, né di ingiustizia cosmica seppure la sua squadra abbia dimostrato che risorse economiche illimitate non possono comprare carattere e orgoglio. Ieri a Madrid, almeno per la metà più borghese, è stata giornata di festa. I giocatori del Real, rientrati nella capitale all’alba con un volo charter, hanno raggiunto piazza Cibeles verso le 7,30 a bordo di un pullman scoperto, griffato dalla scritta Campeo11es, e hanno mostrato l'undicesima Champions ai propri tifosi che per tutta la notte avevano invaso pacificamente le strade. Sulle note di “We are the Champions” dei Queen, Sergio Ramos (primo difensore a segnare in due finali) e Cristiano Ronaldo, capitano e simbolo, hanno offerto la coppa alla statua della dea Cibele e le hanno messo al collo la bandiera della squadra tra il tripudio dei presenti. «Ti amo», posta CR7 sui social network baciando la terza Champions dopo aver ammesso di aver chiesto di tirare il quinto rigore per essere l’uomo copertina; «Madridisti, questa coppa è vostra», twitta Ramos che a casa, oltre il premio di mvp, si è portato anche la rete della porta di San Siro.
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