Il Tirreno

Livorno

Romanacci vola a Rio: sarà la sua settima Olimpiade

di Mario Orsini
Romanacci vola a Rio: sarà la sua settima Olimpiade

Dopo aver diretto le nazionali di lotta e judo l’allenatore livornese guiderà la boxe azzurra

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LIVORNO. Un fenomeno come preparatore atletico. In pole per volare a Rio De Janeiro. La sua settima olimpiade, in tre specialità diverse. Dopo lotta libera e greco romana (Mosca, Los Angeles, Seoul e Barcellona) e judo (Sidney e Atene), ad agosto, nella capitale carioca, sarà alla guida della squadra di pugilato femminile e di Clemente Russo.

«Programmazione, organizzazione, psicologia, cura dei dettagli e dell’alimentazione, qualità e selettività degli allenamenti», il suo verbo.

A luglio (il 21) Vittoriano Romanacci spegnerà la candelina dei 74 anni. Tre quarti di secolo di prorompente vitalità e di voglia di vivere. Neppure un mese dopo sarà di nuovo a bordo pedana, per continuare a stupire e guardare avanti.

«Anche perché uno bravo come lui, con la sua intelligenza, il suo carisma e le sue capacità di tirar fuori il massimo, da ogni componente del gruppo, deve ancora nascere. E per questo continuano a cercarlo da tutte le parti», racconta l’amico, dai tempi della scuola, Adalberto Roncucci, storico direttore del cantiere navale.

Tra i tanti riconoscimenti ricevuti da Romanacci, due su tutti: La Palma d’Oro al merito Sportivo del Coni e quella di Cavaliere della Repubblica.

Livornese doc, dalla testa ai piedi, Vittoriano possiede una casa romana, in zona Fori Imperiali, in cui vive abitualmente. E un’altra a Livorno, la città a cui lo legano «motivi affettivi e possibilità di poter passare ore spensierate con i vecchi amici. E assaporare l’odore del salmastro».

INNAMORATO DEL MARE. Il mare, non ci vuole molto a capirlo, è la sua passione. «Ho una barca a vela di 45 piedi, quasi 14 metri, insieme all’amico Ezio Gamba, all’attuale CT di Judo della nazionale russa. E da poco anche cittadino russo, su iniziativa di Putin, per meriti sportivi e anche per aver insegnato, allo “zar” del Cremlino, segreti di quello sport. La barca – aggiunge - la teniamo a Carloforte nell’isola di S. Pietro in Sardegna. Prima ne avevo una un po’ più piccola, con cui, insieme a due amici Adalberto Roncucci e Carlo Buldrassi, partendo da Livorno, siamo arrivati alla Guadalupa nelle Antille. Un viaggio splendido ma anche con qualche insidia. Per un paio d’anni, tra il 2006 e il 2008, ho lasciato la barca laggiù. Appena potevo tornavo da quelle parti a scorrazzare per i Caraibi».

CAPITANO, POMPIERE E MAESTRO DELLO SPORT. Ma facciamo un passo indietro. Romanacci dopo essersi diplomato all’istituto Nautico ha conseguito anche il diploma di Geometri, per poter entrare come ufficiale nei Vigili del Fuoco. La sua passione però era lotta. Uno sport praticato con buoni risultati. La svolta professionale, il salto di qualità, dopo aver frequentato la Scuola Centrale del Coni a Roma e ottenuto la qualifica di maestro di Sport. Un input per dare gambe alla vocazione di preparatore atletico. I primi passi in via S. Andrea, dove, in un ambiente non propriamente confortante, a metà degli anni settanta, cominciò ad allenare un gruppetto “di alzatori di potenza”. E a preparare anche, all’Arena Astra, la squadra di lotta del C.N.L.O. Un gruppo di otto talentuosi ed esuberanti giovanotti che, in pochi anni, monopolizzò il podio nazionale prima dei cadetti, juniores e, infine, seniores. E ottenne buoni risultati anche a livello internazionale.

LA LOTTA AZZURRA. Risultati che gli spalancarono le porte di direttore tecnico della nazionale di lotta. In quel periodo i suoi atleti parteciparono a ben quattro olimpiadi: Mosca (1980), Los Angeles (1984), Seoul (1988) e Barcellona (1992) ottenendo successi esaltanti. Tra questi tre medaglie d’oro: Claudio Pollio (Mosca) e Vincenzo Maenza (Los Angeles e Seoul). E una d’argento sempre con Maenza, nella Lotta Greco Romana, a Barcellona. «Un argento amaro – ricorda Vittoriano - perché Vincenzo era il più forte. Però come tutti gli sportivi scaramantico. Nel suo caso innamorato del costumino, con cui aveva vinto le due olimpiadi precedenti. La sfortuna, quella volta, ci mise lo zampino e prima della finale glielo rubarono. Per lui una mezza tragedia. Di salire sul tatami per disputare la finale non ne voleva sapere. Fui io a spingercelo, ma la vittoria non arrivò perché era un po’ scarico».

DALLA LOTTA AL JUDO. Nella seconda metà degli anni novanta, un’altra brusca virata. Vittoriano Romanacci torna sulla breccia dell’onda. «Matteo Pellicone, l’allora presidente della federazione Filpj – spiega Vittoriano - con cui avevo un buon rapporto di amicizia, nel 1996 mi nominò dt del Judo. Un settore che non era propriamente il mio e in cui, per prima cosa, occorreva imporre un cambio di mentalità».

I successi non tardarono ad arrivare. Il più importante l’oro olimpico di Pino Maddaloni a Sidney. Ad Atene invece le cose non andarono bene e lo squadrone azzurro dovette accontentarsi del bronzo della 18enne Rosalba Fulciniti.

«Avevamo la squadra di Judo più forte di sempre e ci siamo presentati come favoriti. Nei mesi precedenti avevamo vinto quasi tutto quello che c’era da vincere. Invece le cose non andarono bene. I ragazzi sentirono, oltre misura, il peso e la responsabilità di gareggiare su un tappeto olimpico. La colpa fu soprattutto mia, perché, nell'errata convinzione che ce l’avrebbero fatta tranquillamente da soli, nei momenti topici della gara, non detti loro l’assistenza psicologica di cui avrebbero avuto bisogno. E anche, nei mesi precedenti non avevo amalgamato bene allenatori e atleti e azzerato qualche incomprensione e dissapore».

IL SALTO AL PUGILATO. A farlo tornare in trincea nel 2013 è Clemente Russo che lo sceglie come preparatore atletico, su suggerimento del cognato Pino Maddaloni di cui, nel 2008, aveva sposato la sorella Laura. «Clemente mi chiese esplicitamente di dargli una mano. Io ne fui felice e i risultati arrivarono quasi subito. Ai mondiali di Almaty Russo conquistò la sua seconda medaglia d’oro dopo quella di Chicago del 2007».

Successivamente Romanacci iniziò a curare anche la preparazione atletica delle boxer azzurre anche in prospettiva olimpica. «Un incarico gratificante anche perché quelle di Rio saranno le prime per le pugilesse. L’unico rammarico è che le categorie ammesse siano solamente tre: 51 Kg, 60 Kg e 75 Kg. La speranza è che Marzia Davide, Irma Testa e Flavia Severin riescano a ottenere la qualificazione. Impresa più dura del previsto perché tutte e tre sono abituate a combattere in categorie superiori e quindi saranno costrette a stringere la cinghia».

Poi un cenno sulla diversità tra l’universo sportivo femminile e quello maschile. «Agli uomini basta presentare un piano di lavoro giusto e il più è fatto. Le donne invece prima ti devono accettare come persona. A quel punto tutto diventa più facile. Se sei, però, costretto a fare una scelta alternativa tra due atleti che si equivalgono, l’escluso tra gli uomini al massimo esprime verbalmente il proprio disappunto poi tutto finisce lì. L’esclusa tra le donne invece inizia a “odiati”. Del pugilato dilettantistico infine non capisco chi è il genio che ha inventato la durata degli incontri. Per gli uomini sono previste tre riprese di tre minuti ciascuna. Per le donne cinque di due minuti. Ovvero un minuto in più!».

Poi un pizzico di filosofia della vita: «Non concepisco chi già a sessanta, settant’anni passa le giornate strascicando i piedi dalla poltrona del salotto, alla sedia della cucina e come unica preoccupazione ha scoprire che cosa la moglie gli metterà nel piatto a pranzo e cena. E quale telenovela trasmetteranno alla Tv».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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