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la ricorrenza amaranto

Il Livorno festeggia 101 anni, intervista al re Igor Protti

di Alessandro Bernini
Il Livorno festeggia 101 anni, intervista al re Igor Protti

L'uomo simbolo della storia del calcio amaranto tra ipotesi di un ritorno e pensieri sul futuro: passione infinita per questa maglia. Tornare? Io sono qui

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LIVORNO. La storia siamo noi, come cantava De Gregori. “la Storia non ha nascondigli, la Storia non passa la mano, la Storia siamo noi”. Igor Protti è la storia del Livorno, simbolo del rinascimento amaranto, l’uomo che ha scritto pagine il cui inchiostro a tratti sbiadisce per le lacrime di sofferenza e di gioia lasciate cadere sopra.

Cos’è Livorno per Igor Protti?

«Per una risposta del genere mi metti a disposizione tutte le pagine del giornale?»

Un po’ complicato...

«Il Livorno per me è gioia, sofferenza, attaccamento, appartenenza. Se devo scegliere una parola, dico “emozione”. Perché niente nella mia carriera mi ha trasmesso le stesse emozioni di questa maglia».

Nove anni di Livorno, trascinato per mano dalla serie C alla serie A. Qual è la partita simbolo di questa avventura?

«Nessun dubbio: Treviso. Sento ancora i brividi sulla pelle ogni volta che ne parliamo. Treviso è stata la liberazione di un popolo, abbiamo spezzato quelle catene che per tanti anni ci hanno bloccato in una categoria che non ci apparteneva. Io, i miei compagni, l’allenatore, ci siamo resi conto che stavamo cambiando la storia del Livorno Calcio. È vero, ho vissuto anche la gioia di Piacenza con il ritorno in serie A dopo 55 anni, ma Treviso secondo me va oltre».

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Questa è una frase indelebile. “Livorno è una piazza particolare, la gente non vuole campioni, ma uomini veri, disposti a sposare una causa». La pronunciò Osvaldo Jaconi.

«Osvaldo era uno di noi. È stato lui a capire cosa serviva per rialzare la testa, per dare una risposta a questa disperata voglia di scappare dalla serie C. Servivano appunto uomini disposti a sposare una causa. E quel gruppo la sposò».

Poi è arrivato Cristiano Lucarelli. Un altro che come senso di appartenenza non ha da prendere lezioni da nessuno.

«Con Cristiano ogni emozione era amplificata. Ogni sconfitta un dolore immenso, ogni vittoria una gioia pazzesca. Sai cosa davvero avevamo in comune?».

Che cosa?

«L’essere fieri di giocare con la maglia per la quale facevamo il tifo».

Calcio e sentimenti d’altri tempi, forse. Purtroppo.

«Non so, ma credo che qualsiasi giocatore dovrebbe provare questa esperienza perché va ben oltre l’entrare in campo e dare un calcio al pallone. Io l’ho provata con il Livorno e ne sono fiero».

Per questo i livornesi sono innamorati di Igor Protti.

«No, no. Sono io innamorato di questa maglia e orgoglioso di aver fatto parte dei 101 anni di storia della società. Diciamo che ho avuto l’onore di vivere uno dei momenti storici più affascinanti, nel quale tutte le componenti remavano dallo stessa parte: società, allenatore, giocatori, tifosi, stampa. Si era creato un clima straordinario che si è rivelato decisivo per le nostre vittorie».

Quest’anno il Livorno si gioca la salvezza e sarà una battaglia non facile. Lo slogan che abbiamo scelto è “Difendiamo Treviso”.

«Mi piace, mi piace tantissimo. Scegliere quella partita significa dare di nuovo compattezza e unità a tutte le componenti, a partire naturalmente da squadra e tifoseria. Mi associo anch’io: forza Livorno, difendiamo Treviso».

Igor Protti lontano dal Livorno sembra una bestemmia. Possibile che non ci sia un modo per unire di nuovo le nostre strade?

«Mi piacerebbe, non lo nego. Ma dico la verità: in questi 11 anni (appese le scarpe al chiodo nel 2005, ndr) non c’è mai stato un contatto concreto o un confronto per un futuro insieme. Un matrimonio si fa andando insieme all’altare, non si può trascinare per mano la sposa contro la sua volontà. Ripeto: nel mio cuore c’è questa speranza. Ma deve essere una scelta reciproca e convinta. Ci deve essere condivisione».

Il telefono di Igor Protti è sempre acceso.

«Sempre».

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