Il Tirreno

Livorno

Liberi di calciare, di segnare, di sognare

di Dario Serpan
Liberi di calciare, di segnare, di sognare

Una giornata insieme alla squadra delle Sughere, protagonista nel campionato Uisp Promosport: in campo finisce 1-1

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LIVORNO. “Chi è libero dentro è libero ovunque”. Un aforisma come tanti, che provano a cogliere l’essenza di ciò che si prova in una condizione di costrizione, fisica o psicologia, dalla quale si può uscire con la forza di volontà e la consapevolezza che, nella società dell’uomo a una dimensione (per dirla con Marcuse), la libertà è prima di tutto un’assunzione mentale. Figlia di un processo di scoperta interiore, passa anche attraverso gli errori che in vita si commettono, o i limiti da superare, in relazione ai margini di espressione che il contesto materiale in cui si abita permette.

E dentro un carcere cosa è permesso? Fin dove si può spingere il senso di libertà in una situazione di detenzione? La chiave di volta sta nel recupero, nella rieducazione finalizzata all’inserimento, perché come sottolinea S., «la detenzione non è una vendetta e stipare un soggetto tra quattro mura serve solo a incattivirlo, mentre il carcere può essere positivo per la società solo se non se ne fa abuso, solo se diventa luogo di riflessione e rieducazione. Il carcere – continua S. – è una storia di corpi e non di anime».

S. è un giocatore, o meglio il capitano, della squadra Liberi Dentro, formata dai detenuti dell’istituto penitenziario Le Sughere di Livorno, dove c’è un campo di calcio a 8 in cui è nato un progetto che permette a 34 persone di allenarsi ogni settimana e giocare partite all’interno di un campionato vero, quello di calcio a 8 denominato “Premier League” e organizzato dalla Uisp – Promosport. Ne fanno parte altre tredici squadre, che a ruota si presentano e affrontano i Liberi Dentro realizzando un’esperienza che va oltre il risultato del campo.

Non è una frase fatta, perché vedere l’entusiasmo e la passione con cui i detenuti scendono in campo, mentre dalle finestre blindate delle celle circostanti gli altri si affacciano per assistere alla partita, è qualcosa che, superato lo scotto di trovarsi dentro un carcere, riconcilia con certi valori a tratti perduti là fuori. È una lezione di umanità; è la speranza che, proprio nei luoghi estremi della condotta umana, la vita può ripartire.

Liberi Dentro nasce per questo, dalla volontà di Paolo Stringara (allenatore ed ex calciatore di serie A, oggi collaboratore di Jurgen Klinsmann nella Nazionale di calcio statunitense) e Pino Burroni (presidente dell’associazione allenatori di Livorno). Loro hanno convinto i vertici dell’Istituto e messo in piedi uno staff tecnico ampio e qualificato, tanto da configurare uno scenario da squadra professionistica. Ne fanno parte, con Paolo e Pino: Alessandro Doga, Enio Bonaldi, Francesco Landi, Giuliano Gambuzza, Emiliano Gronchi, Rossano Rosellini, Mauro Viviani, Ermanno Romani, Riccardo Fratini, Bruno Ciardelli, Claudio Dini, David Tarquini, Massimo Sannino, Fabrizio Vivaldi, Davide Civetta.

I membri di questo staff si presentano in sei o sette alla volta per ogni allenamento o partita che sia, garantendo una presenza e una qualità di lavoro che tante altre squadre si sognano. Si fanno due sedute mattutine alla settimana, più le partite in programma da calendario, e noi siamo andati a seguire quella contro il Dream Team, valida per la sesta giornata di campionato.

La rosa dei 34 detenuti viene giostrata in modo che tutti abbiano lo stesso spazio in campo, perciò ad ogni gara vengono convocati 15 giocatori, mentre gli altri possono tifare i compagni dalla tribuna, e poi scendono in campo nella partita successiva. In 8 partite disputate, i Liberi Dentro hanno colto una sola vittoria, un pareggio e sei ko. «Ma qui il risultato non conta – afferma Paolo Stringara -, qui si vince sempre e va capito lo spirito. Questi ragazzi finora hanno visto il calcio solo in Tv, mentre ora sono una squadra vera e la hanno presa sul serio, cominciando ad allenarsi su livelli professionistici».

Tanto che i progressi già si vedono, dal punto di vista tecnico e atletico. E il Dream Team se ne accorge, perché affrontare i Liberi Dentro non è una passeggiata.

Sotto un sole invernale, il fischio d’inizio apre le danze in un pomeriggio infrasettimanale: il primo tempo si sblocca al 10’, quando gli avversari passano in vantaggio con un guizzo del numero 10. Poco male, perché prima dell’intervallo i padroni di casa pareggiano e, una volta uscito per sostituzione, l’autore del gol dice: «Segnare è stato un’emozione indescrivibile, come tornare bambino. Speriamo di vincere la partita». Lo spera anche S., il capitano, che nel primo tempo resta in panchina e ne approfitta per una chiacchierata: «Oggi portiamo a casa i 3 punti - esordisce, e poi diventa un fiume di parole. Qui ci divertiamo tanto, e vinciamo anche quando perdiamo. Questo progetto è una prova di forza e lungimiranza che apre una prospettiva rivoluzionaria, perché noi siamo un progetto monito per l’Italia, e magari altri istituti penitenziari seguiranno il nostro esempio. Personalmente, sono fiero di ciò che ho fatto qui dentro: sono entrato con la quinta elementare e una condanna abbastanza lunga, mentre oggi sono laureato in Giurisprudenza con 110. È una grande soddisfazione verso i miei figli: il loro papà oggi è un’altra persona rispetto a 15 anni fa».

Difensore centrale di 39 anni, G. lascia invece il campo all’intervallo, con il sorriso sulle labbra e un fisico da atleta. “Qui non si sta mai fermi – afferma – con tutte le attività proposte, ma il calcio è nel mio dna e quindi sono felice di essere tornato a giocare. È un progetto utile per il nostro reinserimento in società, perché in campo, come nella vita, bisogna stare attenti a come ci si comporta». Tra meno di un mese, G. uscirà, la sua pena è al termine. Che cosa si prova? «È una bella sensazione. Tornerò a Milano dalla mia famiglia dopo sei anni. So che non sarà facile per il lavoro, ma ho un sogno: vorrei prendere il patentino per allenare i bambini».

La partita va avanti, quella in campo finisce 1-1, ma quella da vincere davvero è un’altra e i Liberi Dentro hanno adesso una marcia in più.

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