Il Tirreno

Livorno

Con la spada alla conquista di Livorno

di Mario Orsini
Con la spada alla conquista di Livorno

Fuoriuscito dal Fides, ora Marco Vannini cresce talenti dentro la sua Accademia

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LIVORNO. L’altra metà del pianeta scherma labronico. Un covo di campioni e campioncini sulla cresta dell’onda. A ideare e dare gambe, all’Accademia della Scherma, agli sgoccioli dell’estate 2010, Marco Vannini. Quarant’anni il prossimo 18 novembre, ex bravo fiorettista, ottimo maestro e sempre più leader “Maximo” della bella realtà con sede al Modigliani Forum. Un circolo con una ottantina di spadaccini distribuiti tra Big, super Big, under 14, 17 e 20, under 10 e qualche amatore.

Al timone del CD la moglie Jennyfer Cerrai, conosciuta casualmente, al Seven di Marina di Pietrasanta, nel 2004 e quattro anni dopo divenuta la sua “dolce metà”. «Ci siamo sposati nel 2008 e a maggio del 2012 è nato il nostro splendido bambino Gregorio».

Il “matrimonio” con la scherma quando?

«Ho iniziato a praticarla nel 1984 dopo le olimpiadi di Los Angeles. La molla però era scattata da tempo. Le spade mi piacevano già quando avevo ancora il ciuccio in bocca».

Perché la scherma e non il calcio o il basket?

«Gli altri sport non mi hanno mai interessato. Nel calcio, inoltre sono negato. Durante i ritiri collegiali con la nazionale, con Toti Sanzo e Simone Vanni, grandi giocatori, era uno sfottò continuo. Alle medie ero in classe con il lottatore Igor Nencioni. Per un discreto periodo le arti marziali, con calci e pugni mi affascinarono ma mai quanto le spade, i fioretti e le sciabole».

Anche la moglie è stata una schermitrice?

«No. Lei era una buona racchetta da terra rossa, ma io l'ho strappata al mondo del tennis, dove ogni tanto mi dà lezioni, e l’ho coinvolta nel progetto Accademia. Come presidente è brava e si è presa una bella rogna. Diciamo che ha colto i due rovesci della medaglia di vivere con me».

Tuoi maestri?

«Ho iniziato con Riccardo Assenzio e proseguito con Mario Curletto e Rolando Rigoli, per la parte della scuola livornese. Solo con il grande maestro pisano Antonio Di Ciolo, dal 1994, però, mi sono sentito veramente me stesso in pedana. Ancora oggi lo ritengo il mio mentore».

Le più grandi soddisfazioni come atleta?

«La risposta più scontata sarebbe dire l’oro dei Giochi del Mediterraneo del 2005. Il ricordo più bello però è l’argento a Budapest in una gara di Coppa del Mondo del 2004, alle spalle di Guyart che poi a Atene avrebbe vinto l’oro. Fu una gara rocambolesca. Tirai da dieci. Il migliore azzurro dietro di me fu Toti Sanzo 17esimo. Una volta fuori venne a incoraggiarmi ad ogni assalto, a differenza del CT. A livello giovanile ricordo con piacere il campionato italiano vinto a 16anni».

Perché maestro?

«Nel 2006 mentre ero a New York a tenere uno stage per ragazzi americani promettenti, mi telefonò il compianto Carlo Pardini e mi chiese se ero disponibile, nella stagione che stava per cominciare, a rallentare i miei impegni agonistici ed a iniziare a occuparmi dei ragazzi del Fides, mia società di allenamento. Io accettai anche perché avevo la certezza che non sarei mai entrato in gioco nella lotta di qualificazione alle olimpiadi di Pechino».

Addio al Fides perché?

«Nel luglio del 2010, sorsero alcune incomprensioni con il CD di allora. Onestamente pensavo si potessero risolvere. Con mia grande sorpresa, il 28 agosto due giorni prima dell’inizio dell’attività, mi comunicarono l’allontanamento dalla società».

Com'è nata l’idea Accademia?

«È stata una conseguenza inevitabile. Nei quattro anni precedenti avevo lavorato bene e con grande passione. Mi sembrava quindi giusto che i ragazzi potessero continuare a farlo sotto la mia guida. Anche i loro genitori erano d’accordo, perché l’offerta alternativa non si riusciva a capire bene quale fosse. Non potendo tesserare tutti alla sezione labronica delle Fiamme Oro decisi di fare quel passo. Una cosa vorrei ribadirla. Le finalità non sono mai state quelle di fare concorrenza».

Chi devi ringraziare?

«Atleti e famiglie in primis. Inoltre mia moglie e gli amici consiglieri per la disponibilità ad assumersi la responsabilità del buon funzionamento della struttura societaria. E ovviamente il Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro, con il quale festeggerò quest’anno 20 anni di militanza. Inoltre i vertici della Polizia di Stato, per aver creduto in me e nella mia professionalità. Tanto da nominarmi Tecnico delle squadre di fioretto delle Fiamme Oro e responsabile della Sezione di Livorno aperta nel 2010. Un gruppo quello FF.OO. dove militano campionesse quali: Elisa Di Francisca, Valentina Vezzali e l’emergente Alice Volpi».

Mai pensato: “chi me l'ha fatto fare”?

«Nei momenti difficili sempre, ma tengo fede alla massima: “Insisti e resisti, raggiungi e conquisti” e come dice Vasco “Eh, già… Io sono ancora qua!”».

Prima Luperi, Lari, Paroli. Poi Calissi, Orsolini in cammino dal Fides all'Accademia perché?

«Edoardo, Tommaso e Alessandro avevano ottenuto con me i migliori risultati di sempre e non hanno mai pensato di mettere in discussione il percorso che tutt’oggi portiamo avanti. Io non ho mai forzato nessuno a seguirmi. Ilenia Orsolini invece è venuta da noi quando si è sentita pronta, Olga, invece, era alla ricerca di nuovi stimoli. Gli atleti sono così: si spostano, si muovono, vanno alla ricerca del meglio per loro stessi. Io pure l’ho fatto. Anche Andrea Cassarà, da numero uno al mondo, nel 2013, scelse l’Accademia quando rimase senza guida tecnica».

Edoardo Luperi, attuale numero 16 del ranking mondiale, può andare a Rio?

«Può dire la sua. Edoardo è capace di tutto. Io credo nelle sue potenzialità. Se dovesse andare storto qualcosa non sarà un problema, le prossime olimpiadi saranno le sue».

Cosa ha di speciale Edoardo?

«È se stesso e se ne sbatte di tanti convenevoli. In pedana deve fare meno fatica degli altri ad adattarsi, perché sono gli altri che devono stravolgere le loro abitudini per adattarsi a lui. Questo, ha anche un rovescio della medaglia. Quando non è in giornata il suo carattere incline a scaldarsi può essere un limite. Con la maturità migliorerà anche in questo».

Lari perché s’è un po’ arenato?

«Tommy è stato ai vertici giovanili mondiali, grazie a grandi numeri tecnici e fisici. Nel salto negli Assoluti le cose cambiano. L’approccio mentale crea uno spartiacque piuttosto netto tra i soggetti pronti e quelli a cui serve ancora un pochino di tempo. Lui, ha dovuto prendersi il suo tempo per capire cosa volesse dire salire in pedana per combattere. Piano piano ci sta riuscendo, non ha perso tempo, ha solo dovuto capire e lavorare su se stesso».

Idem per Olga Rachele Calissi?

«Olga, ha anche lei grandi capacità. Non sono ancora riuscito a capire se le ha messe a fuoco. A volte mi dà l’idea di sì, altre mi pare di no. Anche lei, dopo Rio, avrà la possibilità di dire la sua».

Cosa ha in più l’istruttore Dario Finetti rispetto a tanti altri giovani aspiranti maestri?

«Dario è un talento. È intelligente, ha coraggio, sa ascoltare e ha capacità relazionali non comuni. È il responsabile del settore under 14 dell’Accademia e lavora molto bene in ambito internazionale. L’Accademia, grazie al valore del proprio parco atleti e alle mediazioni di Dario, ha garantito alla città di Livorno 500 pernottamenti nel 2015, con relativi pranzi e cene, di atleti stranieri che sono venuti ad allenarsi da noi. Se avessimo dal Comune una sede più adeguata potremmo moltiplicare questi risultati per dieci».

Su Martino Seravalli, talento del settore paralimpico, cosa dici?

«Martino è un vero esempio. Non è detto che una persona che ha dovuto iniziare tutto da capo, come lui, come conseguenza possa aver sviluppato una forza del genere. Martino questa forza l’ha. Quando è in palestra pretende tanto, come tutti i grandi campioni. È il primo a salire in pedana e l’ultimo ad andare via».

Il prof Massimo Paganucci e il maestro Claudio Del Macchia cosa hanno di speciale?

«Sono il valore aggiunto del nostro splendido gruppo. Pochi al mondo possono insegnargli qualcosa».

Tra i giovani chi pensi abbia potenzialità per scalare i vertici nazionali e internazionali?

«Tra gli under 14 è presto per dirlo. Tra gli under 17 mi sbilancio e dico Giorgia Marazzini. È un’atleta interessante. Da tempo mi fa percepire ottime sensazioni».

Più grandi soddisfazioni come circolo nel 2015?

«La soddisfazione maggiore la si avverte tutte le sere entrando in sala e respirando il clima di grande armonia che c’è. Siamo un bel gruppo. Fatto di personalità differenti, ma che hanno trovato un’ottima alchimia. Ci sentiamo più una famiglia che un club. Onestamente, penso sia difficile trovare qualcosa che ci assomigli e non intendo dire qui a Livorno ma pure in Toscana, in Italia. E penso di poter dire anche nel mondo».

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