Gioco
«È tutta colpa degli infortuni ma ci salviamo»
Livorno, Aldo Agroppi senza freni sul “suo” Livorno «Spinelli chiamami, vengo gratis e ti aiuto»
LIVORNO. Pungente, ironico, divertente, acuto e mai banale. In due parole Aldo Agroppi che dalla sua Piombino osserva ciò che sta succedendo al Livorno e soffre: «Certo - dice subito - perché Livorno è casa mia. E per la società di Spinelli ho pure lavorato anche se ho ricoperto un ruolo marginale. Ora stiamo vivendo una situazione inaspettata, da gestire e da superare tutti insieme».
Sì, ma adesso sta montando la contestazione...
«Lo so e questo è controproducente. La passione dei tifosi talvolta li porta a sbagliare. Capisco che siano delusi, non era certo questo il campionato che si aspettavano. Sono comunque dell'idea che a stagione in corso sia necessario fare quadrato perché altrimenti si rischia di fare il gioco degli avversari. A maggio, a salvezza acquisita allora si tirano le somme. Ora fare casino non serve a nulla. Anzi».
Lei dice "a salvezza acquisita". Ottimista...
«Sì, certo, perché comunque secondo me il Livorno resta in B».
Conosce bene Spinelli. Pensa che siamo davvero ai titoli di coda della sua avventura livornese?
«Se cedesse la società lo capirei. Dopo 17 anni sarà pure stanco. Ed è un suo diritto esserlo. Ogni uomo merita di vivere una vecchiaia tranquilla e invece nel calcio non c'è mai pace neanche quando le cose vanno bene: ci sono le trasferte, i pensieri, i soldi da tirare fuori. Se fossi un suo familiare gli direi: babbo, nonno, lascia perdere. Infine per lui parlano i fatti: anni e anni di altalena tra serie A e B non sono bruscolini o roba da contestazione. E ricordiamoci: se va via Spinelli ci ritroviamo con le famose pezze...».
Però quest'anno il Livorno è stato gestito molto male, non trova?
«A inizio campionato gli amaranto giocavano con gli angeli nei piedi. Mi divertivo. Pensate: il sabato avevo addirittura smesso di andare al bar a giocare a carte con gli amici di sempre pur di vedere le partite del Livorno. Ero invidioso di Panucci perché volevo essere io alla guida di quella squadra modello che aveva tutto: gioco, gol, condizione fisica. Poi sono arrivati gli infortuni e la macchina perfetta si è inceppata».
Le quattro vittorie iniziali avevano illuso tutti a cominciare da Spinelli...
«Sì, ma non era pensabile mantenere quel ritmo. Una volta, quando ero al Torino iniziai il campionato alla grande e i tifosi granata mi dedicarono uno striscione: "Agroppi il baffo che uccide". Poi il mio rendimento calò e quel cartello si trasformò in "Agroppi il baffo da uccidere". Quando va tutto bene devi solo augurarti di continuare e che i giocatori fondamentali non si facciano mai male».
In questo senso Panucci è stato sfortunato.
«Sì. Tutti funzionava benissimo. Soffrivo per Comi, del cui padre sono molto amico, che non trovava spazio, ma là davanti Fedato, Pasquato e Vantaggiato volavano. Era davvero un piacere veder giocare quel Livorno che vinceva e segnava a raffica. Poi se ne sono rotti due su tre e il divertimento è finito».
Lo avrebbe esonerato se fosse stato Spinelli?
«Per me gli allenatori non andrebbero mai cambiati e non lo dico per difendere la categoria a priori. Quando un presidente sceglie la persona a cui affidare la squadra significa che l'ha valutata in ogni suo aspetto: personalità, valore tecnico e morale. Poi però il rapporto può andare in crisi e allora tutto cambia».
E quindi?
«Non conosco le dinamiche che si sono instaurate tra Panucci e Spinelli per cui è difficile giudicare da lontano».
Ora però bisogna ripartire, altrimenti si rischia grosso. Come si ribalta una situazione difficile come questa?
«Nel modo a cui ho fatto riferimento all'inizio. Tutti devono fare blocco a cominciare dai giocatori che devono dimenticare i piaceri e concentrarsi sui doveri. È questione di professionalità e amor proprio. Nello spogliatoio chi ha maggiore personalità deve parlare con il cuore aperto ai compagni di squadra per tirare fuori il massimo da tutti».
Il guaio è che di personalità ce n'è pochina.
«Ecco perché la contestazione alla squadra potrebbe fare male. Se non ci sono personalità di spicco, si rischia di cadere nella depressione. E allora sì che diventano guai. Perdere è un diritto dell'uomo. Questa squadra non scende in campo per perdere. È un momento difficile, passerà».
C'è anche un'aggravante: la squadra è giovane e imbottita di prestiti. Senso di appartenenza rasoterra...
«Non è vero. Ci sono pure uomini veri come Emerson e Luci. E poi - se permettete - non esiste che un giocatore tiri indietro la gamba solo perché è in prestito perché se uno disputa una stagione al di sotto delle attese, la casa madre se lo riprende, ma lo ridà subito via chissà dove. Inoltre serve rispetto per chi paga profumatamente gli ingaggi. Insomma: sono dell'idea che nessuno ha interesse ad andare in serie C. Amici, quando ti appiccichi l'etichetta di “retrocesso” sei bollato che tu sia di proprietà della Roma o della Juventus».
C’è un particolare sul quale lavorebbe da domani mattina?
«Sì. Sulle insicurezza di questo gruppo. Una volta quando allenavo il Perugia vivemmo una situazione simile: ci trovammo a lottare per la salvezza sebbene i nostri valori tecnici fossero di alto profilo. Alla fine ci salvammo perché stavamo sempre insieme. Eravamo diventati una grande famiglia. E' ciò che deve fare il Livorno».
Aldo: è tutt'altro che facile...
«Guardate, se Spinelli mi chiama io una mano la do volentieri. A costo zero, s'intende. Penso che potrei dare una mano. Solo per il bene del Livorno che in questo momento è in difficoltà».
A proposito di Spinelli. Che cosa gli direbbe?
«Di essere meno impulsivo e di usare un pizzico di calma e ragionamento in più nella gestione delle situazioni. Alzare la voce non serve. Nel calcio, come nella vita conta che cosa si dice e non il modo in cui si dice altrimenti basterebbe prendere Tarzan e Tony Dallara per avere successo. No: non funziona proprio così».
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