Il Tirreno

Livorno

Da Montano a Vecchi, l’arte di Zanotti è costruire campioni di scherma

di Mario Orsini
L'abbraccio tra Nicola Zanotti e Irene Vecchi dopo una vittoria
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L'abbraccio tra Nicola Zanotti e Irene Vecchi dopo una vittoria

Livorno, dietro ai successi italiani nella sciabola c’è il tecnico del Fides e della nazionale azzurra

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LIVORNO. La scherma per lui non ha segreti. La conosce meglio delle sue tasche. E le scalette degli aerei gli sono più familiari di quelle di casa, da quando, quasi un quarto di secolo fa, prima come atleta e poi come maestro della nazionale, ha iniziato a scorrazzare, su e giù per il pianeta, con sciabole e maschere nello zaino costruendo campioni. Nicola Zanotti, 42 anni compiuti il 3 ottobre, è un simbolo, un’icona, della scherma nazionale e mondiale. «Mi ha permesso di togliermi enormi soddisfazioni dal punto di vista sportivo, vivere bellissimi ambienti, viaggiare conoscere tante persone e toccare, con mano, realtà che forse non avrei mai vissuto».

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Il primo incontro ravvicinato di Zanotti con questo sport a meno di sei anni. A fargli capire che era il più bello del mondo il fratello maggiore Emanuele, spadaccino al Fides dopo una recita a scuola nella quale, spiega Nicola: «doveva difendere i colori della Francia come schermitore alle “mini olimpiadi”». A incoraggiarlo, sulla bontà della scelta, il babbo, professor Enio, per 16 anni presidente della FIS regionale. Prematuramente scomparso a novembre del 2004.

Il circolo Fides per Nicola Zanotti, dal 1979, è sempre stato una seconda casa: «Non ho mai tradito i colori della società più gloriosa di sempre. Non essermi mai allontanato è un vanto. Dal Fides potrei essere visto come una bandiera della società, stile Francesco Totti per la Roma. Negli anni ho rinunciato a proposte di società italiane ed estere. New York e Pechino in primis. Ogni volta, pur di fronte a progetti importanti, non mi è mai passata per la testa l’idea di andarmene. Insegnare è una grande passione, ma farlo da un'altra parte non sarebbe stata la stessa cosa».

Poi un passo indietro: «Da giovane promettevo bene come atleta e nel '92 sono entrato nel gruppo sportivo delle Fiamme Oro. Otto anni dopo nel 2000 ho deciso di cessare l'attività agonistica per dedicarmi all'insegnamento e parallelamente ho iniziato a lavorare nella Polizia di Stato. Adesso sono al Commissariato Porto con la qualifica di Assistente Capo. E quando non sono in servizio è facile trovarmi in palestra al Fides a insegnare questo sport meraviglioso a bambini, giovani e meno giovani. Probabilmente se non avessi mai iniziato a praticare questo sport sarei una persona diversa. Ma meglio, molto meglio così».

Il battesimo di Zanotti, come maestro, alle soglie del nuovo millennio, con un allievo davvero speciale: Aldo Montano. «Fu lui a chiedermi di aiutarlo dopo che l’allora suo grandissimo maestro Sidiak decise di lasciare il Fides e di tornare in Russia. Poco dopo Aldo Montano, siamo nel 2001, vinse il suo primo campionato italiano assoluto e per me fu il mio primo titolo da maestro. Una gara che ricordo con grande piacere perché ci fu molta complicità, come tra fratello maggiore e minore».

 Nel 2005, per Zanotti, l’accelerata alla carriera. L’allora commissario tecnico della sciabola Christian Bauer lo volle al suo fianco, in nazionale, ai mondiali di Lipsia. «Stando con lui ho cercato di carpire tanti segreti di questo sport da una persona, un signore che, ancora oggi, è il più bravo maestro di sciabola al mondo». Quando Bauer, nel 2006, ha fatto le valige ed ha salutato l’Italia per andare a allenare in Cina, Nicola Zanotti è rimasto al suo posto, prima con il nuovo ct Andrea Magro e poi con Giovanni Sirovich.

Nel suo palmares, zeppo di successi, la partecipazione come maestro alle Olimpiadi di Pechino e Londra. E inoltre a otto mondiali e a un’infinità di gare di Coppa del Mondo. «Con l'attuale responsabile d'arma Giovanni Sirovich ricopro il ruolo di maestro nel settore femminile, essendo al Fides l'allenatore di due quarti della squadra, grazie a Irene Vecchi e Ilaria Bianco. Con Giovanni c'è rispetto ma anche amicizia. Ci conosciamo da tanti anni. Lui ha due anni più di me e da giovani spesso eravamo compagni di camera a gare e ritiri collegiali under 20».

Poi un aneddoto: «In una gara in Germania, in una giornata in cui stavo tirando molto bene, gli lasciai strada libera nell'assalto dei quarti in quanto lui si stava giocando il primato in coppa del mondo e non volevo essere io a compromettergli il cammino verso il titolo. Negli anni mi sono specializzato nel settore femminile. Con le donne occorre essere più pazienti e disponibili ad ascoltare. Una gestione rispetto ai maschi un po' più faticosa ma molto gratificante».

Oltre a Irene Vecchi e Ilaria Bianco, a Zanotti è capitato di allenare al Fides altre sciabolatrici della nazionale. Due di loro: Alessandra Lucchino di Lamezia e Lucrezia Sinigaglia di Padova per dare continuità ai suoi insegnamenti si trasferirono per un po’ a Livorno. Poi un tuffo nel futuro. «L'obiettivo principale questa stagione sono le Olimpiadi a Rio. Sarebbero le terze consecutive. Prima però pensiamo a qualificarci e poi magari a vincere qualche medaglia».

Durante l’anno gli capita spesso di essere lontano da Livorno con la nazionale. «Una vita sicuramente da privilegiato ma che da quando sono sposato ed è nata Vittoria mi pesa un pochino. Con mia moglie Alessia ci siamo conosciuti ad agosto 2012. È una bellissima ragazza molto dolce e sorridente che mi ha conquistato subito. Un anno dopo ci siamo sposati e dopo nove mesi è nata Vittoria. Mia moglie mi fa vivere serenamente questa passione. S'informa, s'interessa e quando è possibile mi segue anche alle gare. Anche Vittoria grazie alla scherma ha già viaggiato. Lo scorso anno nel periodo di Capodanno, ad appena 6 mesi, insieme ad Alessia è venuta a New York in occasione di uno stage di sciabola che ho tenuto in una società americana che mi aveva invitato».

Infine una puntualizzazione su un episodio che ha fatto il giro del mondo. «L’ideatore dello striscione "0586" comparso alle Olimpiadi sono stato io ed è stata una ganzata. Lo realizzai in occasione della finale play off di C2 Livorno-Maceratese. Ero scritto in nero su telo bianco. Successivamente i miei amici lo fecero rifare da una sarta, con lo 0586 scritto bianco su una tela amaranto. Uno striscione che poi Aldo mostrò al mondo sul podio olimpico di Atene. Mai avrei creduto che avrebbe avuto un successo del genere: arrivare sul podio olimpico, dare il nome al famoso ristorante di Aldo a Roma a Ponte Milvio, a una carrozzeria di Rosignano (0586 Garage). E inoltre vederlo scritto sul casco di persone a Livorno, sulle maglie di club sportivi, essere di spunto a tifosi di altre società che hanno esposto lo striscione "02" in curva a Milano oppure "06" a Roma».

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