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l'intervista

Calcio, il business è ricco ma la Premier è lontana

di Alessandro Guerrieri
Marco Bellinazzo
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Marco Bellinazzo

Marco Bellinazzo, esperto di pallone e finanza, legge i numeri della nostra serie A
«Fattura 1,8 miliardi, meno della metà del campionato inglese: servono riforme»

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Fino a pochi anni fa nei talk show calcistici e nei bar dello sport si parlava di ali, centravanti e terzini, adesso capita sempre più spesso di ascoltare persone che disquisiscono di plusvalenze e bilanci. Con il giornalista del Sole24ore Marco Bellinazzo (suo il seguito blog “calcio e business”, autore anche di “Il Napoli di Maradona”, a quattro mani con Gigi Garanzini, e “Goal Economy”) analizziamo quanto economia e calcio siano diventate interconnesse tra loro.

Dottor Bellinazzo, qual è il giro di affari del nostro calcio?

«All’incirca 2 miliardi di euro, l’80% dei quali prodotto dalla serie A; da sola ne vale 1,8».

“Se le società fossero normali imprese private, molte di loro avrebbero già portato i libri in tribunale”, lo dice il presidente dell'Inps Tito Boeri. Qual è lo stato di salute del nostro calcio?

«Boeri ha ragione, se pensiamo a quanto hanno speso Moratti (1,3 miliardi) e Berlusconi (750 milioni) per mantenere in vita le loro attività. La causa è tutta nella mancata trasformazione delle società in aziende a tutto tondo. E’ un sistema da riformare, che ogni anno genera perdite per oltre 300 milioni mentre negli altri paesi (Inghilterra e Germania in primis) si aumentano ricavi e fatturati. In più mancano i controlli; gli unici controlli patrimoniali sono legati al pagamento di stipendi e contributi dei calciatori, non si considerano i debiti con banche e fornitori. Da qui il caso Parma».

Quali sono le società più virtuose del nostro calcio?

«Ci sono diversi parametri che possiamo utilizzare; virtuoso è il Napoli perché ha chiuso 8 degli ultimi 9 bilanci in attivo, ma manca di progettualità per quanto riguarda le infrastrutture. La Juventus che ha saputo coniugare risultati sportivi e crescita delle infrastrutture incrementando il fatturato e chiudendo in utile (2 milioni) l’ultimo bilancio grazie anche allo sviluppo della rete di merchandising, adesso gestita in proprio. Bene anche la Roma, pur in rosso; la competenza di Sabatini negli ultimi 4 anni ha realizzato 190 milioni di plusvalenza. La Fiorentina? Nel 2014 i viola hanno chiuso con 30 milioni di passivo dopo due bilanci in pareggio. A Firenze c’è una società solida, con progetti importanti (in primis lo stadio) che vuol ridurre le spese senza perdere in termini di competitività. Bisogna lavorare sul fronte dei ricavi, valorizzando il brand, magari intercettando la gran massa di turisti che arrivano a Firenze. Un po’ come fanno in molte città d’arte europee, Barcellona in primis».

Come si esce da questo momento di crisi?

«Serve una profonda riforma della Lega. Deve essere strutturata come una vera società. Bisogna demandare ad un manager gli obiettivi garantendogli ampia autonomia gestionale, seguendo l’esempio della Premier. In più servono regole e controlli ferrei, imponendo ad esempio uno stadio confortevole. Passaggi costosi ma altrettanto indispensabili per fermare il declino».

Ampliamo l'orizzonte, parliamo del Fair Play finanziario imposto dall'Uefa. E' davvero uno strumento per risanare il sistema?

«Lo giudico positivo, adesso il calcio europeo produce perdite per circa 400 milioni a fronte degli 1,7 miliardi di qualche anno fa. Di fatto ha evitato il fallimento di molte società. Adesso però siamo ad una svolta; serve un Fair Play 2.0, che non sia un mero esercizio contabile ma uno strumento dinamico in grado di favorire l’ingresso di nuovi investitori. In più serve una diversa redistribuzione dei premi altrimenti vincono sempre le stesse, grazie agli introiti derivanti dai diritti TV. Il market pool crea grande squilibrio, si devono garantire maggiori introiti all’Europa League, secondo quanto chiesto dall’Eca, l’organizzazione che raggruppa quasi tutti i club europei».

Qual è il campionato con i maggiori introiti?

«La Premier domina la scena con i suoi 4 miliardi. La Bundesliga è a 2,5, la Spagna a 2 grazie soprattutto a Real e Barca. La A si ferma a 1.8, la Ligue 1, in netta crescita, a 1,3. Tra i clubs? Si parla spagnolo: Real e Barcellona sono oltre i 600 milioni, il Bayern Monaco sfiora i 500, soglia oltrepassata dal Manchester United. Bene anche Psg e City, oltre i 400, grazie anche alle generose sponsorizzazione targate Abu Dhabi (City) e Qatar (Psg). La Juve, prima delle italiane, arriva a 300».

In totale nel mondo?

«Difficile dire; in Europa il fatturato diretto, lo scrive la Uefa, è di 20 miliardi. Direi che, aggiungendo i 10 del resto del mondo, in totale si arriva a 30».

In chiusura questa connessione tra calcio ed economia è positiva o no?

«Se il calcio avrà la lungimiranza di strutturarsi come una vera azienda, creando un management professionale l’economia sarà un valore aggiunto. Potrà generare profitti che si ripercuoteranno anche in campo sociale. Se invece prevarrà la finanza, un po’ come accade attualmente nell’Unione Europea, il prodotto calcio perderà la propria genuinità facendo venir meno l’interesse dei tifosi che sono la struttura portante dell’intero movimento. Deve essere il calcio che utilizza l’economia, non la finanza che fagocita il calcio».

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