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Il volo di Lemmi: il saltatore livornese punta alle Olimpiadi

di Fabrizio Pucci
Il volo di Lemmi: il saltatore livornese punta alle Olimpiadi

L'atleta delle Fiamme gialle, cresciuto nell'Atletica Livorno,  con l'amaranto nel cuore: pugno chiuso e occhi su Rio

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LIVORNO. È nato il 12 maggio del 1984. Sei giorni prima il Livorno di Renzo Melani – battendo lo Spezia - aveva festeggiato la matematica promozione in C1. Con questa premessa è normale che Andrea Lemmi, saltatore in alto di fama nazionale – quarto nel ranking della specialità con un record personale di 2,26 - abbia il sangue amaranto e il salmastro nei polmoni. La sua è una storia tutta da raccontare: quando gareggia indossa sempre calzettoni amaranto e sul podio saluta con il pugno chiuso. È un ragazzone di un metro e novantadue, Andrea. Il suo record personale, stabilito a marzo è di 2,26. Poco più su e c'è la qualificazione a Rio 2016. Ha idee chiare e un eloquio veloce e intelligente.

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In tasca ha una laurea in politiche e legislazione dei sistemi logistici, ma lui tra un salto e l'altro continua studiare: «Amo la storia – dice – con particolare riferimento a quella della nostra città. Il senso di appartenenza è un valore assoluto che non va dimenticato».

Andrea, partiamo dall'inizio. Salto in alto perché? «Ci sono arrivato per caso. Mi avvicinai allo sport con il nuoto e prima di dedicarmi al calcio. Volevo fare il portiere. Poi abbandonato il pallone, volevo fare il mezzofondo. E invece ai tempi delle medie la professoressa Gazzarri mi fece partecipare alla gara di salto in alto ai Giochi della Gioventù. Non ricordo neanche come mi piazzai, ma ricordo – quello sì - di essermi divertito molto. Fu una folgorazione. Da quel giorno non ho più lasciato questa specialità».

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Si parla sempre di alzare l'asticella delle ambizioni. Per lei, invece l'asticella – in senso stretto - è uno vero e proprio strumento di lavoro. «Direi uno strumento di espressione. A volte è un'ottima alleata. In altre circostanze tradisce in extremis. Capita di vederla danzare a andare giù. In altri casi trema, ma resta al suo posto. Di una cosa sono straconvinto: va sempre e comunque messa in alto perché serve da stimolo. Nello sport, come nella vita e nella politica».

Dal 2003 fa parte del gruppo sportivo delle Fiamme Gialle. «Sì. Il mio esempio era Fabrizio Mori che faceva già parte della Guardia di Finanza. Quando entrai a farvi parte per me fu motivo d'orgoglio».

È arrivata anche alla maglia azzurra. «Ho fatto tutta la trafila nelle Nazionali giovanili. Nel 2001 partecipai ai giochi olimpici della gioventù europea a Murcia, in Spagna. Fu un'esperienza decisiva. In quel periodo sono cresciuto molto e ho cambiato il concetto che avevo dell'atletica».

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L'azzurro si sposa bene con l'amaranto? «Certo. Si riferisce alla storia dei calzettoni»?

Certo. Come le venne l'idea? «Mio padre mi ha trasmesso l'amore per il Livorno e per la mia città. Prima usavo i calzettoni con il simbolo della squadra. Ora ho 'virato' sul Fides. C'è chi se lo tatua. Io non ho segni indelebili, ma quello è sempre con me ogni volta che gareggio. È il segno della mia appartenenza alla città».

E quel pugno chiuso? «È il mio saluto a una determinata classe sociale».

Le ha mai creato problemi? «No, perché non ho mai mancato di rispetto a nessuno e non mi sono mai comportato male».

E l'amore per il suo Livorno? «C'è, ma seguo la squadra a distanza. Non vado più allo stadio. E questo mi dispiace, ma la storia di Calciopoli mi ha sdegnato. E poi da quando ci sono tornelli e gabbie non ho più messo piede all'Ardenza. E non ho neanche Sky. Insomma: il calcio moderno non mi piace».

Non dica che non sente il richiamo della foresta. «A volte sì, ma preferisco tenere nel mio cuore il 'mio' Livorno. Quello di Protti, Lucarelli, Grauso e Doga. E non dimentico nemmeno i tempi della serie C. Custodisco gelosamente una maglia di Davide Cordone. La mia prima partita? Livorno-Rondinella 1-0. Gol salvezza di Palagi. Con noi giocava Allegri di cui mio padre Massimo è sempre stato un tifoso perché la mia famiglia è originaria di Coteto come quella di “Acciuga”».

Lo segue da lontano, è informato sul Livorno di Panucci? «Certo. Ci siamo arenati dopo l'ottimo inizio, ma ora siamo ripartiti. È rientrato Vantaggiato e tutta la squadra ne ha tratto beneficio. Ora aspettiamo Vajushi. L'albanese mi piace da impazzire. E poi con quel nome – Armando – evoca il grande Picchi e per noi certe cose contano. Eccome! Qui ci vuole gente con il fuoco dentro. A proposito dell'allenatore amaranto. Quando ero piccolo un mio amico mi chiamava proprio 'Panucci' perché trovare che assomigliassi a Christian che all'epoca giocava nel Milan».

Che cosa vede nel 2016: per le obiettivo Olimpiadi e per il Livorno? «Sogno Rio. Vedremo. Il 2015 è stato ottimo. Sono arrivato secondo agli italiani indoor e outdoor. Ho stabilito il personale di 2,26 e sono andato agli europei di Praga, ma per 'qualificarmi' è necessario trovare la quadratura di tutte le componenti. Il Livorno? Deve lottare. Noi vogliamo gente che lotta con una fare quasi romantico».

Lei gira il mondo. Anzi salta sul mondo con i calzettoni amaranto e Livorno nel cuore. Quando torna che città trova? «C'è qualche contraddizione facilmente individuabile. C'è lo spirito popolare di sempre, quello dell'appartenenza e della tolleranza che affondano le loro radici nel tempo che però si sta mescolando all'omologazione al resto della società. La storia di Livorno si fonda su principi di una solidarietà che purtroppo sta diventando vecchia e difficilmente replicabile. Anche qui, infatti, si inizia a guardare storto il diverso. Forse – lo dico con rammarico – le leggi Livornine iniziano e essere dimenticate».

Che cosa vede nel suo futuro? «Penso che allenerò i ragazzi. Per la verità lo sto già facendo. Ogni sono dalle tre alle otto al Campo Scuola. Do una mano ai giovani dell'Atletica Livorno. Vuole un nome di un atleta di prospettiva? Filippo Lari, fratello dello schermidore Tommaso».

Torniamo allo sport. Montano alle Olimpiadi sbandierò lo 0586, lei sta già pensando a qualcosa? «No, per ora bastano i miei calzettoni. Ormai nell'ambiente dell'atletica tutti mi riconoscono proprio per quelli oltre che per i miei salti».

Tra un balzo e l'altro ha detto che legge molto. Che cosa di preciso? «Mi sono appassionato a George Orwell. Tengo la mente allenata. Sul fisico ci lavoro al Campo Scuola e – indoor – a Lucca. Ho una motivazione feroce: onorare nel migliore dei modi la memoria del mio maestro Vittoriano Drovandi che è scomparso nel 2013. Diventò il mio allenatore quando avevo 21 anni e ero reduce da un infortunio con annesso intervento chirurgico. Gli devo tutto. Non lo dimenticherò mai».

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