Il Tirreno

Livorno

Letizia e la sua fuga verso il tetto del mondo

di Jimmy Morrone
Letizia e la sua fuga verso il tetto del mondo

La nazionale di windsurf con la Sensini, le vittorie, poi un improvviso lutto Romanacci lascia tutto, scopre la bici e corre fino al titolo iridato amatori

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LIVORNO. I sogni non hanno limiti. I sogni non tirano il freno a mano. I sogni, razionalmente prossimi a svanire all'alba dei 40 anni, Letizia Romanacci li ha infine colti ad uno ad uno, con carattere, tutti in questo 2015, annus mirabilis per la giovane donna, moglie, madre e impegnatissima con il proprio lavoro di fisioterapista.

Campionato italiano, medaglia d'oro europea, titolo mondiale di ciclismo amatoriale femminile: in pochi mesi Letizia ha capovolto i pregiudizi, stravolto le gerarchie e gonfiato il cuore di emozioni indimenticabili. Per capire meglio chi è la signora Romanacci e perché la sua è una splendida storia di caparbietà bisogna tornare indietro fino all'adolescenza. Anni in cui primeggiava in tutt'altra disciplina agonistica.

Con la Sensini. La ragazzina Letizia è una bimba sveglia e dinamica. Frequenta come le coetanee gli stabilimenti balneari ma ai Pancaldi non si limita a poltrire al solarium e prepararsi per le feste del mercoledì sera. E così, tredicenne, si iscrive ad un corso di windsurf, seguita da Giorgio Cavaciocchi. È lui che intravede in quella morettina un potenziale immenso e la propone subito per un raduno interregionale con la Federazione italiana vela. Da qui alle vittorie il passo è breve: la livornese viene regolarmente convocata a rappresentare la maglia azzurra e ottiene i primi riconoscimenti. In quel periodo ha la fortuna di lavorare fianco a fianco con il futuro oro olimpico Alessandra Sensini. «Lei era già un talento puro, la migliore di tutte noi, destinata a una grande carriera».

Scuola e vela. Letizia si innamora del windsurf e scandisce i ritmi di un'atleta professionista. «Dovevo studiare, frequentavo il Cecioni e avevo collezionato fin troppe assenze perché ci allenavamo tutti i giorni, tre volte al giorno. Però non volevo rimanere troppo indietro nello studio. Per fortuna il centro di preparazione olimpica Beppe Croce (oggi smantellato, ndr) era al cantiere, qui in città, e riuscivo a ottimizzare i tempi. A Livorno venivano i top windsurfisti d'Italia e da loro ho imparato davvero tanto». Per la cronaca, la Romanacci si diplomò senza fatica e in seguito ha conseguito la laurea in fisioterapia. Segno che il tempo esiste per tutto.

Gira il mondo gira. L'età dell'adolescenza è la più bella e siamo d'accordo. Per Letizia tale assioma è da moltiplicare per mille. «Mi sono divertita moltissimo, ho girato il mondo e vissuto ricordi incancellabili».

A quei tempi la Romanacci era lanciata fra vele e tavole, nei ventosi mari di mezza Europa. Nel 1994 è già in vetta a tutte le classifiche e compie l'impresa di aggiudicarsi in contemporanea il titolo italiano juniores e seniores. È sempre su un aereo, vola ai tornei mondiali in Francia, Portogallo, Spagna, Israele, Grecia. A 22 anni il Coni la insignisce di una medaglia al valore atletico nella vela. È in pole position, pronta a spiccare definitivamente il volo.

Nel baratro e di nuovo in alto. Quando però la vita sembra regalarle il meglio, il destino piomba con un dolore indescrivibile. Una grave perdita in famiglia la manda in tilt. Letizia si smarrisce, allenta il contatto con la realtà, l'interesse verso il mondo esterno e in breve abbandona lo sport di una vita. Una prova durissima da affrontare, la più difficile.

Per riprendersi decide di comprare una bicicletta e girare fuori città immersa nei propri pensieri, lontano dalle amarezze. Il suo istruttore in palestra, Marco Sammuri, la sprona a tirarsi su. «Hai preso la bici? Vieni con noi, facciamo delle gare amatoriali, vedrai che ti diverti...». Il bisogno di sport in lei prese il sopravvento e Letizia si lasciò presto coinvolgere.

In sella. Fu una di quelle scelte destinate a cambiare il corso del destino. «Esatto. Perché grazie alle corse ho conosciuto mio marito Roberto, anche lui appassionato di due ruote e mio primo grande fan. Insieme oggi abbiamo Gaia, una splendida bambina di dieci anni».

Il ciclismo però, al contrario del windsurf, è parte integrante ma minoritaria delle sue giornate. «Prima il lavoro, sono fisioterapista alla Rsa Pascoli, poi la famiglia e infine la bici. Non è semplice conciliare gli impegni e restare competitivi contro ragazze giovani che si allenano con regolarità». Si diverte, Letizia, portabandiera della società Freccia 18-Il gregario-Cannondale. Poi qualcosa all'improvviso cambia. «Ho seguito i consigli del direttore sportivo Roberto Fiaschi: mi ha dato indicazioni valide su quali gare affrontare e come tenermi in forma al meglio».

Sul tetto del mondo. E nel 2015 accade l'imprevedibile. Letizia parte bene e strappa piazzamenti di rilievo in alcune delle Granfondo più impegnative del circuito. Prende coscienza del proprio stato di forma, comincia a pedalare e non si ferma più.

La Romanacci stravince il campionato italiano della montagna, la Prato-Abetone di categoria, e sale sul gradino più alto del podio al campionato europeo di Vicarello. Un trionfo. Sarebbe già soddisfatta così, ma a Pontedera è in calendario l'ultima gara, il mondiale del ciclismo femminile amatoriale. In gara figurano anche donne che nel palmares vantano vittorie di tappa al Giro d'Italia, come ad esempio Simona Parente, ex prof. Il circuito prevede due giri. Al via, Letizia parte spedita e stacca il gruppo ma al secondo viene attaccata, raggiunta e sorpassata dal plotone proprio nella salita del Leccio, lo strappo più duro. «Pensavo ormai di non recuperare e invece ho ripreso a correre e agganciato le rivali. L'arrivo in volata mi ha visto trionfare e quasi non ci credevo, è stato un sogno ad occhi aperti». Già perché i sogni non hanno limiti, i sogni non tirano il freno a mano.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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