Il Tirreno

Livorno

RODOLFO GUERRIERI

In Ecuador con la saudade «A casa calcio a colazione»

In Ecuador con la saudade «A casa calcio a colazione»

LIVORNO. «Il mestiere del tifoso è roba seria. Difficile. Per molti incomprensibile. Soprattutto se vissuto e alimentato all'estero dove la lontananza e la nostalgia rafforzano il senso di...

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LIVORNO. «Il mestiere del tifoso è roba seria. Difficile. Per molti incomprensibile. Soprattutto se vissuto e alimentato all'estero dove la lontananza e la nostalgia rafforzano il senso di appartenenza sul quale si basa la passione per i tuoi colori e la tua città. Il mio colore è l'amaranto, la mia città è Livorno. Piacere, il mio nome è Rodolfo Guerrieri, livornese d'Ecuador».

Domenica era all'Ardenza e ha gioito per il successo con il Pescara. Sì perché lui prima di tornare a casa, uno sguardo al calendario del Livorno ce lo dà: «Ogni emigrante ha il suo rapporto con il proprio Paese; un simbolo, un oggetto o un ricordo al quale aggrapparsi nei momenti di nostalgia. C'è chi tiene una gondola di plastica sopra il televisore, chi il poster di Maradona o di Cannavaro con la coppa del mondo tra le mani. Io tengo l'amaranto nel cuore, stretto tra i ricordi da rivivere nell'intimità della memoria e nella speranza nel futuro».

Rodolfo si innamora del Livorno a 11 anni quando suo nonno lo porta a vedere gli amaranto contro il Napoli di Maradona. È l'estate del 1987 e la sfida vale il primo turno di Coppa Italia: «Rimasi folgorato dall'orgoglio della curva e dalle gesta degli "sconosciuti" Allegri, Marocchi, Pontis, Manetti e Protti che vestivano la maglia della mia città. Gli anni successivi li ho vissuti tutti in prima linea e tutti lì, su quei gradoni consunti. Mai e poi mai avrei pensato che un giorno mi sarei allontanato da quello che per me era diventato una specie di tempio».

Firenze e poi l'America. La vita di Rodolfo, scandita dalle domeniche all'Ardenza, cambia nel 2005 quando si trasferisce Firenze per motivi di lavoro. E lì, sei anni dopo si innamora di Ami, ecuadoriana che studia nel capoluogo e via verso l'America: «Io, esploratore di esperienze nel 2013 - mollai tutto: lavoro, amici, parenti, il Livorno e la mia vita lineare. Per amore (e forse anche per un briciolo di follia) mi catapultai in America Latina, precisamente in Ecuador, piccolo paese affacciato sul Pacifico che esporta banane e cioccolata e dove - nella zona in cui risiedo - ci sono 30 gradi tutto l'anno.

Adios Livorno. Adios curva nord, proprio alle porte dell'ultima serie A. Da Guayaquil con amore. Appena arrivato a Guayaquil (una metropoli di 3,7 milioni di abitanti) il primo acquisto fu un abbonamento Tv che comprendesse Espn e Fox sport, uniche emittenti che trasmettono i campionati europei tra cui ovviamente la serie A: «La prima partita che ho visto da cittadino ecuadoriano e con commento in spagnolo fu Livorno-Samp 1-2. La cosa simpatica riguarda gli orari. Quando in Italia sono le 15, a quelle latitudini sono le 9 di mattina! Quando c'è l'ora solare la differenza aumenta e quando gli arbitri in Italia fischiano il via, in Ecuador sono le 8. Quindi mi ritrovo il sabato o la domenica a svegliarmi prestissimo per colpa"del Livorno, cambiando anche le abitudini di mia moglie e della sua famiglia che a quell'ora si riunisce per la colazione».

L'amarezza della retrocessione mitigata dal matrimonio («Sto iniziando alla passione anche mia moglie il cui abito nuziale era amaranto») e dalla nascita della piccola Ariah, poi il campionato di B: «L'ho vissuto attraverso le radiocronache on line di Massimo Brachini o su qualche sito russo maledicendo la connessione che si bloccava magari quando Vantaggiato doveva calciare un rigore». Domenica Rodolfo era allo stadio: «La squadra c'è. La preparazione è stata fatta bene. Basta un filotto di risultati e riempiamo lo stadio».

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di Redazione web