Il Tirreno

Livorno

I nostri bomber all’estero E qui invasi dagli stranieri

di FABIO DEMI
I nostri bomber all’estero E qui invasi dagli stranieri

Le statistiche indicano una tendenza ormai inarrestabile: il campionato parla una babele di lingue e gli attaccanti italiani che fanno gol sono una minoranza

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di FABIO DEMI

Maledetta esterofilia. Da sempre uno dei nostri difetti nazionali. C’è qualcosa di ancestrale e di irrefrenabile che ci spinge a pensare che tutto quello che proviene da oltre confine sia migliore di quanto cresce sul suolo patrio. Ora, sicuramente spesso le cose stanno così, ma quando il fenomeno assume contorni patologici c’è qualcosa che non va bene. E nel pallone, in particolare nella serie A, sta succedendo proprio questo: l’Italia diventa sempre più la terra di conquista di giocatori stranieri, a volte oggettivamente campioni, a volte ottimi, a volte bravini, a volte scarsi, tanto che bisognerebbe chiedere conto al cervellone che li ha chiamati e chiedergli semplicemente: perché? Ma se guardavi nel tuo vivaio non scoprivi un giovane più forte, meno costoso, e magari più attaccato alla maglia?

Già: però se prelevi dal vivaio aggreghi alla prima squadra uno con il cognome normale, che finisce con la “i” e non eccita le tribune. Vuoi mettere un bel cognome infarcito di acca, ypsilon, ics e kappa? È uno scarpone? Vabbè, ci penseremo poi.

Le statistiche. Le statistiche sono impietose. Nella prime due giornate del campionato di serie A sono stati utilizzati 336 giocatori, e di questi soltanto 135 erano italiani. Uno stiracchiato 41%. Se poi guardiamo all’attacco, il reparto che fa più sognare i tifosi, i numeri diventano imbarazzanti: le punte straniere toccano la vetta di un roboante 78%, e le big di norma schierano tridenti ultra-cosmopoliti. I centravanti italiani schierati titolari, nei primi 180’, sono stati davvero pochini: quattro (Dionisi del Frosinone, Toni del Verona, Quagliarella del Torino e Paloschi del Chievo). Aggiungiamo pure gli oriundi Eder della Sampdoria e Vazquez del Palermo, ma la solfa non cambia.

I nostri bomber. Nel frattempo però ci permettiamo di arricchire i campionati degli altri con i nostri bomber. La storia più emblematica di tutte è quella di Graziano Pellè, uno che non si spettina mai ma che la butta sempre dentro. Il vizio del gol lo ha avuto fin dalla culla, eppure molto raramente è stato apprezzato dai club italiani. Ha costruito le sue fortune nel campionato olandese (nell’Az Alkmaar e soprattutto nel Feyenoord lo ricordano ancora come un eroe) e nella Premier League inglese. Ora gioca proprio nel campionato di sua maestà la regina Elisabetta, esattamente nel Southampton, dove continua a bombardare senza soluzione di continuità. Finalmente le sue qualità sono state notate da Antonio Conte che gli ha aperto le porte della Nazionale, ma nessun club italiano ha seriamente avanzato la volontà di tesserarlo. Motivo? Boh. O è risaputo che il ragazzo tiene un cuore irrimediabilmente tzigano che mal si adatta al tran tran tricolore, oppure è proprio una questione di cognome non sufficientemente esotico. In effetti, il cognome Pellè non può reggere il confronto, tanto per fare un esempio, con Kondogbia, che ha un ben altro potere di eccitazione della fantasia dei tifosi.

Gli emigrati. Ma, al di là di Pellè, era proprio il caso di permettere che lasciassero il campionato italiano attaccanti come Giovinco (emigrato addirittura in Canada), Immobile (l’anno scorso al Borussia Dortmund e quest’anno andato a finire nel Siviglia) ed El Shaarawy, preso dal Monaco? Indubbiamente sono giocatori dal rendimento altalenante, che magari non hanno mai convinto fino in fondo, ma sono ancora giovani e con margini di miglioramento. In Italia avrebbero avuto molto da dire, ma i loro estimatori si sono sciolti come neve al sole. Un’altra caratteristica di questo calcio degli anni Duemila: se uno toppa qualche partita, va a finire subito nel dimenticatoio. E se era alle stelle, finisce alle stalle senza nemmeno passare dal via. La velocità di Internet rigorosamente applicata al pallone. Pazienza zero. O ci si connette subito, o nulla.

Tesserati: record di stranieri. Bene. Ritorniamo a bomba. In serie A su 559 tesserati, 312 sono stranieri. La percentuale oltrepassa la metà per attestarsi su un robusto 55,8%. Forse sarebbe il caso di metterci mano, introducendo delle limitazioni, e probabilmente nascerebbero più talenti nostrani. Però attenzione: è un discorso intricato. Anche negli altri campionati europei di grido, le percentuali di stranieri sono elevate: la Premier League addirittura ci supera, con il 68,3% di giocatori non britannici, mentre la Bundesliga e la Liga spagnola presentano numeri inferiori ma non bassi (rispettivamente 48,8% e 41,7%).

Frontiere aperte. Morale della favola. Le frontiere pallonare, sempre più aperte, moltiplicano le invasioni straniere a svariate latitudini. L’Italia in questo caso è in buona compagnia. Ma non sempre il vecchio motteggio “mal comune mezzo gaudio” va preso alla lettera.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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