Gioco
Kenya e la terra del reggae Sono i signori della pista
Nel medagliere di Pechino 2015 gli Usa sono soltanto terzi, battuti anche dai giamaicani guidati da Bolt. Eaton e Farah le altre stelle dei Mondiali
PECHINO. Non è questione di sensazioni, che pure ci sono, e nette. Lo dicono i numeri: per l'Italia dell'atletica Pechino 2015 è stata la peggiore edizione dei Mondiali. Tanto hanno strabiliato talenti straordinari come Bolt, Farah ed Eaton, lodati anche dal neopresidente Iaaf Sebastian Coe nella sua conferenza stampa di chiusura, quanto ha fatto male la squadra targata Fidal. Dalla prima edizione, quella di Helsinki 1983 ad oggi, gli azzurri non avevano mai fatto così male. Zero medaglie (seconda volta, dopo Berlino 2009), quattro soli finalisti (record negativo, tre dei quali dalla strada, uno dallo stadio), per un totale di 10,5 punti (ancora record avverso). In precedenza, il limite più basso, sia in termini di finalisti che di punti, era stato toccato due anni fa a Mosca, con 6 piazzamenti nei primi otto e 18,5 punti. A riprova di una tendenza che si sperava invertita, e che invece, nei fatti, è stata accentuata. Dati severi, che vanno poi collegati ai risultati dagli italiani schierati nelle prove individuali: un solo primato personale (il 22.92 di Gloria Hooper nelle semifinali dei 200), una raffica di eliminazioni al primo turno, ovviamente considerate nelle gare che prevedevano round successivi: addirittura 12 su 15. A mancare, pur con le dovute eccezioni (Pertile, Meucci, Palmisano, Tamberi, Hooper, le due staffette) sono state le prestazioni nel loro complesso. La squadra italiana aveva le sue carte da giocare, alcune delle quali per tentare di andare a medaglia o comunque di riuscire ad essere competitivi (salto in alto, marcia donne, maratona): il “tavolo” ha confermato queste potenzialità, alle quali vanno aggiunte le buone prove dei due quartetti presenti. L'ultima delusione si chiama Tamberi: quella dell'alto non era certo una finale facile, ma dal saltatore presentatosi in pedana con una guancia rasata e l'altra con la barba, era lecito attendersi qualcosa in più, vista la sua stagione finora. E agli altri rimane il rammarico per non essere riusciti ad esprimersi ad alto livello. Qualcosa che l'atletica italiana, in un Mondiale, non può permettersi senza conseguenze come quelle descritte dai numeri. A livello di consuntivo generale, per la prima volta in 15 edizioni del Mondiale è un paese africano a guidare il medagliere: è il Kenya, primo della graduatoria con 7 ori, 6 argenti, 3 bronzi. L'immagine di questa nazionale e del suo movimento è stata di recente sporcata dai sospetti, ma per ora l'impresa di Pechino 2015 rimane. Stati Uniti terzi (dietro la Giamaica trascinata da Bolt e dalle “pantere” dello sprint), e per la seconda volta consecutiva (non era mai accaduto) vincitori globali in termini di medaglie. La compattezza della squadra Usa viene fuori nella classifica a punti di questo che è stato anche, fra treccine e unghie a dir poco stravaganti, anche il Mondiale del look: gli americani comandano con oltre 40 lunghezze di vantaggio sui keniani (214 contro 173) e oltre 80 sulla Giamaica (132); Germania (quarta, 113), Gran Bretagna (quinta, 94), Polonia (ottava, 68), Russia (decima, dopo il primo posto casalingo del 2013, ma qui con squadra fortemente ridotta, capace di 60 punti) il top tra le europee. L'Italia è solo 29ª, con 10,5 punti e nessuna medaglia (come a Berlino 2009). Un disastro annunciato.
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