Gioco
Galante è diventato un conto in Svizzera
Fa il ds a Chiasso, è imbattuto e primo con la sua creatura
LIVORNO. Per essere Galante in mezzo al Chiasso bisogna essere dei fuoriclasse. Al di là del gioco di parole i risultati parlano chiaro e raccontano della capolista della Challenge League, la serie B svizzera. I rossoblù sono una creatura del direttore sportivo Fabio Galante che alle vacanze estive ha preferito le ambizioni di questo club ultracentenario alla ricerca della promozione nella massima serie da dove manca dal 1993.
Roba da non credere per uno stakanovista della spiaggia come lui: «Ho staccato solo per una settimana. Sono stato in Versilia quattro giorni a luglio e tre a cavallo di Ferragosto. Ma non potevo fare altrimenti. Abbiamo iniziato la preparazione il 19 giugno e il campionato il 20 luglio. Ma sono felice. Dopo cinque giornate siamo primi e imbattuti grazie a tre successi e due pareggi. Abbiamo anche superato il primo turno di Coppa Svizzera e a settembre affrontiamo lo Young Boys».
Perché hai iniziato la carriera da direttore sportivo in Svizzera e non in Italia?
«Dopo qualche anno di lontananza dal calcio non vedevo l'ora di ricominciare anche se ovviamente non da calciatore Il proprietario del Chiasso, Mario Persichino, è un amico. A gennaio scorso ha pensato a me per questo ruolo e io ho accettato con grande entusiasmo. Di fatto sono io a prendere tutte le decisioni relative al mercato».
I risultati sono stati subito scintillanti...
«Sì. L'anno scorso quando arrivai eravamo messi male, ma ci siamo salvati. Esonerai il tecnico Zambrotta e al suo posto presi Claudio Shallibaum con il quale siamo decollati. Sei vittorie, tre pareggi e una sola sconfitta col Lugano che poi ha vinto il campionato. Adesso stiamo proseguendo su quella scia».
Perché hai preferito la scrivania alla panchina?
«Quasi per vocazione. Uno certi ruoli se li sente addosso. Nella mia carriera ho giocato con Spalletti, Simeone, Montella, Di Francesco, Paulo Sousa e Lucarelli che oggi sono ottimi allenatori già allenatori. Già all'epoca si capiva che il loro futuro sarebbe stato in panchina. Io, invece ero già un po' dirigente. Gestivo lo spogliatoio, capivo qual era il giocatore che faceva al caso nostro. Ricordate quando portai Diamanti a Livorno? Ecco. Quello è solo un esempio».
Occhio clinico per i giocatori...
«Ai tempi di Livorno talvolta Spinelli mi chiedeva un parere sui possibili nuovi acquisti. In altre occasioni faceva di testa sua. A proposito. Ricordate il brasiliano Sidny? Mi bastò vederlo arrivare al Coni di Tirrenia per capire che non sarebbe stato all'altezza della serie A. Al di là di questo, però io sono un direttore sportivo sui generis».
In effetti, non sembri il tipo da stare in sede venti ore al giorno...
«Esatto. Sono un uomo di campo. Ogni giorno vado all'allenamento della squadra. Mi confronto con tutti. Sono un estroverso e parlerei anche con i muri. Merito della mia famiglia che mi ha educato così. Ho una parola per ogni persona. È una forma di rispetto che non dovrebbe mancare a nessuno. Nella mia vita ho avuto tutto, mentre c'è gente che non arriva in fondo al mese, figuriamoci se mi metto a fare lo spocchioso».
Che cosa vedi nel tuo futuro?
«Intanto conto di fare bene qui. Poi è chiaro che aspiro a tornare in Italia. Mi stuzzica l'idea di tornare nei posti dove sono stato da giocatore. Livorno? Mi è rimasta nel cuore».
Al Livorno hai soffiato un giocatore: Andrea Dossena...
«Sì, ma non ho inteso fare uno sgarbo a Spinelli. Anzi ho qualche giocatore buono da consigliargli».
Fuori i nomi, allora.
«Il difensore Roullier, il centrocampista Mihajlovic e l'attaccante Cortelezzi. Fidatevi di Galante...».
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