Gioco
Infinito Grauso: rieccolo in Lega Pro
«A 37 anni pensavo di ritirarmi e invece... Il Livorno? Vorrei tornare ad allenare»
LIVORNO. Estate 2000: la Francia scippa il titolo europeo all’Italia al golden gol, Tonino Carotone canta che “è un mondo difficile” e il Livorno si prepara a dare l’assalto alla o serie B con Osvaldo Jaconi in panchina e Protti in campo.
In quelle torride settimana arriva a Livorno un ragazzino: il centrocampista Claudio Grauso, 21 anni proveniente dall’Alessandria. Quindici anni dopo lui è sempre lì a recuperar palloni. Ormai è un veterano che metterà la sua esperienza al servizio della Giana Erminio, la squadra della città di Gorgonzola che si appresta a disputare il suo secondo campionato consecutivo di Lega Pro: «E dire – ci scherza su Grauso – che a me il formaggio neanche piace». Già, ma alla Giana c’è il sapore buono del calcio fatto in casa.
L ‘allenatore Cesare Albè è stato ribattezzato il “Ferguson della Martesana” perché siede sulla stessa panchina da 25 anni: “Mi ricorda Jaconi – dice Claudio – perché parla spesso, di famiglia. Proprio come Osvaldo».
A 36 anni e mezzo, dopo un anno in D al Chieri torni tra i professionisti. Sei eterno...
«Ma no. È successo tutto per caso. L’anno scorso pensavo di smettere anche per via dei regolamenti che inducono le società a puntare sui giovani. Poi iniziai a guardare in serie D. Spuntò il Chieri, società assai solida e pure vicino a casa. Eravamo un’ottima squadra. Con me giocava pure Franco Semioli. Eppure non siamo saliti. Sarei rimasto volentieri se non fosse capitata l’occasione della Giana».
Che cosa ti ha spinto a salire di categoria? Il desiderio di rimetterti in discussione?
«No. Semmai quello di essere utile alla squadra. Nella Giana ci sono Polenghi e Gasbarroni con cui avevo giocato nel Monza. Sono stati loro a chiamarmi e a convincermi. Mi hanno detto che avevano bisogno di un centrocampista esperto e che non facesse casino in caso di utilizzo part time. Non ho mai rotto le scatole quando ero ragazzo, figuriamoci se inizio ora che sto pensando anche al dopo carriera e non ho nemmeno più il procuratore».
Parliamo del Livorno...
«Certo! È la squadra della mia vita. Ho giocato da tante parti e dovunque sono stato bene, ma Livorno e la maglia amaranto sono nel mio cuore. E lo direi anche se stessi parlando con un giornalista di Mantova, tanto per citare una piazza a cui sono molto legato. Posso fare una confidenza?».
Certo.
«Spero di avere ancora l’amaranto nel mio futuro, magari da allenatore del settore giovanile. È molto difficile staccarsi dal calcio giocato, ma l’idea di tornare mi entusiasma. Ne ho parlato anche con Doga».
Aldo Spinelli ti conosce.
«Ho un grande ricordo di lui. È stato il mio primo presidente ai tempi dell’Alessandria. Per me stravedeva anche perché lui stravede per tutti i giovani dalla cui eventuale valorizzazione può ricavare soldi. È furbo e serio. Ah. Precedo la tua domanda. Secondo me non cederà neanche a questo giro. Le sue sono tattiche per rimanere».
Quindi nessuna sorpresa per i tifosi...
«Secondo me no. Anzi. Ai livornesi dico di tenersi stretto Spinelli. Certo lui non farà mai follie come Moratti, non li farà sognare come fanno altri presidenti, ma persone affidabili come lui in giro non ce ne sono molte. Comunque a Livorno ci siamo divertiti anche grazie a lui. Non dimentichiamoci di Protti, Lucarelli o altri giocatori del recente passato come Diamanti. Senza la garanzia di una solidità societaria non sarebbero mai venuti. Ai tifosi dico: aprite le finestre e vedete guardate che cosa succede a Pisa...».
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