Il Tirreno

Livorno

Dall’oro col Setterosa alla malattia, «Ora provo a parare il cancro»

di Federico Lazzotti
Tre immagini di Silavia Moriconi
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Tre immagini di Silavia Moriconi

Livorno, Silvia Moriconi, 42 anni, due volte campionessa europea ha già battuto il pregiudizio: ha una compagna e insieme hanno un figlio. «Ho impiegato 40 anni per dire ai miei genitori che ero gay. Ai ragazzi dico: fate sport con passione»

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LIVORNO. Ci sono volte in cui la vita è capace di traiettorie maledette. Palombelle nere e tiri dolorosi. Con effetti che possono sorprenderti e trascinarti giù. Sott’acqua. Fino al fondo. Oltre il buio.

Ma se ti chiami Silvia Moriconi e in vita tua hai imparato in piscina a respingere le bordate di campionesse russe o ungheresi, e nella quotidianità a sconfiggere il pregiudizio dei moralisti costruendo una famiglia con una compagna e un figlio. Allora sei abituata a lottare, rispettare te e gli altri e tornare a galla. E quel pallone che vale più di un Olimpiade provi a respingerlo, deviarlo. Magari anche bloccarlo.

«Lo so - dice prima di entrare all’ospedale di Livorno per un nuovo ciclo di chemioterapia - che le speranze per me si stanno assottigliando. Me l’ha detto anche il medico: “Figlia mia, non hanno funzionato le bombe, queste sono più leggere, non so che cosa potranno fare”. L'obiettivo - va avanti - è tenere a bada il tumore e avere una vita normale: invece di stare a letto, muovermi, fare un passeggiata. Sperando che questi ormoni tengano a bada per qualche altro tempo la malattia. Non so - ripete - quanto potrò andare avanti. Ma devo e voglio lottare ancora, fino all’ultimo giorno».

Un attimo di pausa, poi uno sguardo al passato. «In questi anni mi sono chiesta tante volte perché fosse capitato a me: ho fatto sport, non ho mai bevuto, fumato, esagerato. Ma una risposta non l’ho trovata. Mi sono arrabbiata, ho maledetto tutto. Addirittura inizialmente l'essere una ex sportiva non mi ha aiutato: una persona non può accettare una cosa simile. Pensi che prima o poi te ne vai. Tanto più se è aggressivo come il mio. Quello che mi ha dato coraggio è stato capire che non era sola. Quando vivi con persone che ti vogliono bene capisci che lo devi fare anche per loro. Come nello sport, in una squadra, dove serve la passione per arrivare a un obiettivo. Ecco perché dico ai giovani che lo sport è un messaggio importantissimo: fate sport e state lontani dai pericoli, dalle droghe. Dobbiamo dare il giusto indirizzo ai ragazzini. E non è importante se diventerete campioni o no, certo se ce la farete com’è successo a Federica Pellegrini sarà ancora più bello. Ma la vera vittoria è quella di far parte di un gruppo e insieme avere un obiettivo, un sogno. Questa consapevolezza sì che durante la malattia mi ha aiutata».

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Quarantadue anni, portiere per caso prima e vocazione poi, due volte campionessa Europea (1997 a Siviglia e due anni più tardi a Prato) con il Setterosa di Pierluigi Formiconi «un allenatore con un caratteraccio ma il numero uno in questo sport».

«Come ho cominciato con la pallanuoto? Assieme a un gruppo di amiche. Mi misi in porta perché a me nuotare non è mai piaciuto tantissimo. In compenso ero piccolina, agile e forte di gambe. Solo dopo ho capito che era il ruolo più bello di tutti».

Quello che avvenne a Livorno a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta in piscina è stato un piccolo miracolo sportivo: dalle serie inferiori alla serie A. «Poi - ricorda Silvia - la società non ce l'ha fatta a mantenere le spese e allora ognuna di noi ha preso la propria strada. Insieme ad altre ragazze siamo state contattate da Palermo e siamo andate là a giocare. Era il 1993. Figuriamoci che quando sono partita ho detto a mia mamma che andavo via per una stagione, invece, sono rimasta in Sicilia per 20 anni».

Nelle successive quindici stagioni per Silvia e la sua Palermo sono arrivati successi anche internazionali, ma mai quel benedetto tricolore. «Ci avevano ribattezzato le eterne seconde: ogni anno in finale per lo scudetto perdevamo con Catania».

La scoperta della malattia. Nel 2007 per colpa della tubercolosi per Silvia è il momento di attaccare la calottina al chiodo. «Per curarmi sono rientrata a Livorno per qualche mese e i miei genitori mi hanno aiutata. Avevo trovato anche un lavoro alla piscina di Collesalvetti con la mia amica ed ex campionessa Francesca Romano. Poi mi ha contattato di nuovo il presidente del Palermo per tornare a giocare. Ma è stata una parentesi breve: la tubercolosi si è ripresentata perché non era stata curata bene e ho dovuto smettere per sempre. Ma a quel punto ho intrapreso la carriera di allenatrice nelle giovanili».

Nel frattempo Silvia crea una famiglia con Federica e un figlio che oggi ha 12 anni. «Nel 2013 - va avanti l’ex campionessa - sono ingrassata: da 50 a 90 chili. Allora ho iniziato ad andare in palestra, a muovermi, per tornare la Silvia che ero. Ma in pochi mesi ho perso una trentina di chili. Non capivo il motivo. E forse sarebbe stato meglio non farlo: un giorno mentre ero a casa una vena si è gonfiata. Qualche giorno dopo mi successe la stessa cosa alla gamba sinistra. Mi fecero l'ecodopller e il dottore mi disse che la situazione era grave: avevo un tumore alle ovaie. In quel momento mi è crollato il mondo addosso, non ci ho visto più. Dall'8 dicembre di due anni fa sono entrata in ospedale e non sono più uscita, a parte brevi periodi».

Non è stato risolutivo nemmeno l’intervento nell’aprile successivo, al Gemelli di Roma: «Sono stata 15 ore sotto ai ferri. Mi dissero che avevano tolto tutto quello che potevano togliere. Ma le cose non sono migliorate. Perché dopo un’operazione così grossa non potevo fare subito la chemio. E purtroppo in un mese si sono formate le metastasi in buona parte del corpo».

Il ritorno a casa. Dopo essere sopravvissuta - come dice lei - a una trombosi e due ischemie in clinica - la decisone con la compagna e il figlio di tornare a casa, a Livorno. Un trasferimento che è stato anche l’opportunità per togliersi un peso con mamma e papà.

«Ho impiegato 40 anni per dire ai miei genitori che ero gay. Loro pensavano che le donne che frequentavo fossero solo amiche. Così la malattia e questa situazione in un certo modo mi hanno aiutata. Ora con Federica e il bimbo abitiamo accanto alla mia famiglia. Pochi mesi dopo essere tornata a Livorno sono andata in Comune, ho fatto i fogli per iscriverci al registro delle Unioni civili, ho anche preso un mazzo di fiori e le ho detto che eravamo sposate. Se sogno il matrimonio? Ovvio che più in là, se avrò tempo, mi piacerebbe sposarmi. Ma solo per noi, che siamo una famiglia lo dimostriamo tutti i giorni. Perché checché ne dicano una famiglia è il luogo dove si fa crescere un bambino nel modo migliore, chiunque siano i genitori».

Ci sono portieri che segnano gol meravigliosi, nonostante i tiri beffardi della vita, quelli che rischiano di farti andare a fondo mentre tu cerchi di respingerli.

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