Il Tirreno

Livorno

Non un passo indietro E alla fine Luca Bechi conquista la serie A

di Francesco Parducci
Non un passo indietro E alla fine Luca Bechi conquista la serie A

Basket. Torino sale con la firma di coach, Giachetti e Fantoni «Il mondo mi stava crollando addosso, poi invece...»

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LIVORNO. Poco dopo le due della notte fra mercoledì e giovedì, passata la sbornia dei primi festeggiamenti per il ritorno di Torino in serie A dopo 22 anni, Luca Bechi scriveva sul suo profilo FB “Vince chi resta in piedi”.

Una metafora pugilistica scelta non a caso, perché restare in piedi sempre in questa stagione infinita fino al trionfo finale nel delirio dei 5.000 del PalaRuffini non deve essere stato per niente facile. Resta in piedi chi resiste ai colpi, quelli di gomito e quelli di parola, che spesso fanno più male, siano sulla carta o sul web.

Ai più è sembrato un volersi togliere qualcosa di più di un sassolino dalla scarpa, un mattone quasi. «No, nessuna polemica – dice Bechi al telefono il giorno dopo dalla sua casa di Torino – era un messaggio per i miei giocatori, una frase che avevo scelto qualche giorno prima quando sembrava che il mondo ci stesse per crollare addosso».

Carriera, come quella di quasi tutti gli allenatori di basket, costellata di gioie e dolori, col primo trofeo alzato poco più che ragazzo, a 28 anni, a Bormio, con gli allievi della Pielle capitanati da quel Giachetti che poi, più di 15 anni dopo, sarà il leader della squadra che ha riportato Torino nella massima serie. «Jacopo, come Fantoni, come Mancinelli, come me, come altri della squadra, aveva bisogno di una stagione di vittorie, di tanti minuti giocati, di partite vinte. È bello che sia finita così, è bello averlo fatto insieme».

Così come è stato bello vedere affisso alle gradinate del Ruffini l'immancabile striscione “Boia dè”, confezionato da Marco Corbi (in questo caso più tifoso di curva che poeta di successo) e Gianluca Mannucchi, due degli amici di sempre. «Non c'è nemmeno bisogno di ringraziarli, i fratelli non si ringraziano».

Stagione che non è stata tutta rose e fiori, a cominciare dalla diffidenza con la quale è stato accolto da una parte della tifoseria. «Non credo a quelli che dicono “io non leggo niente, io non vado sul web, io non guardo alle critiche”. Peraltro so anche che per dieci che scrivono sul web ce ne sono 100 che non scrivono e che magari hanno un'opinione diversa».

Ora si saranno convinti tutti? «Non lo so, so solo che io ho lavorato tutto l'anno per il bene di questa squadra, cambiando, modificando, aggiustando, fino a che, nella partita più importante dell'anno, è successo quello che ogni allenatore sogna sempre, ogni volta che esce dal tunnel degli spogliatoi: la partita perfetta, tutti che attaccano, tutti che difendono, tutti che collaborano, tutti che eseguono».

Difficile collocare questo successo in un'ipotetica scala di valori. «Dicono che l'ultimo figlio è quello al quale si vuole più bene, non so. Bormio è stato l'inizio, Biella la consacrazione, a Mariupol (sì, perchè c'è stata anche un'esperienza in Ucraina, n.d.r.) c'è stata pur sempre una finale scudetto anche se qua non ha avuto una grande eco. Ma certo che aver riportato in A una piazza come Torino dà un orgoglio enorme».

Mai avuto paura che finisse con un altro esonero dopo quello (ingiusto e inutile, n.d.r.) dell'anno scorso a Bologna? «Io ho sempre sentito squadra e Società dalla mia parte. Posso dire qual'è stato il momento più buio della stagione, dopo la Coppa Italia, nella quale siamo andati obiettivamente male e a cavallo della quale abbiamo fatto tre sconfitte consecutive e ovviamente ci sono saltati (quasi) tutti addosso. Ma questa squadra ogni volta che si è trovata con le spalle al muro ha reagito come io chiedevo, “è rimasta in piedi”. Lo ha fatto in quel momento, lo ha fatto ad Agrigento dopo che avevamo perso in malo modo gara3, loro a vevano il match ball e sulle tribune prima della partita stavano già festeggiando la serie A».

E ora è festa, a Torino che riscopre il basket di vertice e anche a Livorno, fra gli amici di Luca, di Giachetti e di Fantoni (che partita in gara5 dopo una serie più che faticosa!). Ma domani? «Il mio contratto prevedeva il prolungamento in caso di promozione, quindi sarà ancora Torino. Ma ora è presto per parlare di quale sarà la squadra. Con il presidente (il notaio Forni, n.d.r.) abbiamo già fatto cose buone a Biella e spero che continueremo a farle».

Luca Bechi chiude qui. Settimana prossima scenderà a Livorno, qualche puntata ai Pancaldi, poi qualche giorno al Giglio come guest star al camp della Pielle organizzato da Andrea Falleni e Riccardo Tedeschi, altri amici di sempre. Un ritorno alle radici, là dove tutto è cominciato. Come quando nello scatolone di ferro di via Cecconi imperversava Giachetti e non c'erano ancora i maxi poster di Jeelani e Fantozzi....

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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