Gioco
Nello Bartorelli, il nonno del nostro calcio
Dal 1933 in prima linea come giocatore, allenatore e dirigente. «Ho visto giocare 8mila bambini...»
LIVORNO. Chissà quanti bambini ha visto crescere, chissà quanti cartellini sono passati tra le sue mani. Una vita per il calcio giovanile livornese, dal 1933 a oggi. Una vita nella Figc provinciale, ricostruita subito dopo la seconda guerra mondiale.
Oggi Nello Bartorelli ha quasi 96 anni ed è stato appena premiato con la stella d’oro al merito sportivo, il massimo riconoscimento del Coni, che si aggiunge alle decine di targhe ricevute dalla Federazione nel corso dei decenni.
La cerimonia. Bartorelli, per motivi fisici, da circa un mese si trova nella casa di riposo per anziani “I Girasoli”, nell’ex collegio dei Salesiani. Lì è stata organizzata una cerimonia in suo onore per la consegna della prestigiosa onorificenza. Una festa a sorpresa, alla quale hanno partecipato Bruno Perniconi, vicepresidente regionale della Figc, Paolo Pasqualetti, delegato provinciale della Figc, e Paolo Corrieri, delegato provinciale del Coni, oltre a qualche parente. «Per me è stato un faro – ha detto Perniconi – un maestro sia di sport che di vita. Generazioni di ragazzi sono passati da lui, che ha dato tutto per il calcio livornese». Come lo stesso Bartorelli, che si è commosso durante la premiazione, accompagnata da due inni: quello nazionale e quello del Livorno.
«Non me lo aspettavo – ha ammesso Bartorelli – ho lavorato nella Figc per ottant’anni, vedendo giocare migliaia di bambini. Quanti? Impossibile dirlo, ma almeno 8mila tra Livorno e provincia».
La rinascita della Figc. Ha 96 anni, ma la sua mente corre veloce. «Iniziai come calciatore nel 1933 – ha ricordato – giocando fino al ’38. Poi scoppiò la guerra, ma continuai nelle rappresentative militari. Rientrai a Livorno nel ’46, segnato dal conflitto ma con la passione per il calcio ancora intatta. C’era da ricostituire il comitato provinciale della Figc. Così, grazie anche ad altri quattro ragazzi, in piazza della Repubblica nacque la nuova delegazione. All’epoca avevamo soltanto gli Juniores e gli Allievi, mentre l’Uisp gestiva i più piccoli. La nostra missione era quella di levare i bambini dalla strada».
Ma di cosa si occupava Bartorelli? «Di tutto o quasi – la risposta – ero il segretario, tutto ciò che riguardava l’organizzazione dipendeva da me: cartellini, regolamenti, contatti con le società… “Aiutare tutti, privilegiare nessuno” era il mio motto».
L’amicizia con Armandino. Sempre nella Federazione, «mai lasciata nonostante qualche altro impegno». Come quello di segretario del Gruppo Sportivo Poligrafici, «che ribattezzai Armando Picchi all’inizio degli anni ’70 – ha svelato Bartorelli – dopo la sua morte. Ci conoscevamo bene, ero un grande amico di suo fratello Leo. Erano gli anni in cui Armandino giocava nella Grande Inter».
Poi la morte, «un grande dolore», e la decisione di intitolare la società livornese a lui. «Era doveroso. Avevamo le maglie biancoverdi, ma dopo la sua scomparsa passammo al nerazzurro. Sì, come l’Inter». Oggi l’Armando Picchi c’è ancora, anche se il colore ufficiale è l’amaranto. Come il cuore di Nello Bartorelli, il nonno del nostro calcio.
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