Gioco
Sandro, l’ultimo gladiatore e i 60 mila in estasi a S. Siro
Mazzinghi, un mito della boxe italiana, ripercorre quel mitico match L’incontro con il coreano Ki Soo Kim rivive 58 anni dopo: fu al limite dell’umano
di SANDRO LULLI
Per questo Guerriero che ha fatto grande la Nobile Arte senza mai scendere a compromessi, usando pugni, cuore e coraggio, ma anche forza e orgoglio, oggi sarà un martedì denso di ricordi, un giorno speciale: il giorno del riscatto, della rivincita, della sua resurrezione pugilistica. Perché il 26 maggio del 1968, contro il coreano Ki Soo Kim, seppe riconquistare la corona mondiale al termine di un incontro tanto entusiasmante quanto cruento, tanto epico quando drammatico, tanto pieno di boxe ruspante e vera, quanto al limite della sopportazione umana.
Sandro Mazzinghi, 77 anni (da compiere il 3 ottobre) se ne sta seduto al fresco sotto un salice, in mezzo alle sue vigne. Un uomo sereno, un viso che miracolosamente è riuscito a cancellare i segni delle battaglie, persino i 34 punti di sutura per una testata assassina di Ralph Dupas. Confida: «Tante volte mi domando come ho fatto a sopravvivere a certi combattimenti e mi chiedo anche quanti ce l'avrebbero fatta a reggere: pochi di sicuro. In special modo in quello con Ki Soo Kim, sia io che lui, andammo al di là della resistenza umana…».
E allora ripercorriamoli quei 15 round massacranti che mandarono in delirio i sessantamila allo stadio di San Siro. Mazzinghi detronizzato nella doppia sfida piena di ombre con Benvenuti, aveva saputo conquistare il titolo continentale e in virtù della corona europea potè affrontare il devastante coreano.
«Ormai avevo trent'anni, quella era la mia ultima chance per risalire sul tetto del mondo. Dovevo farlo per me, per mio fratello Guido che era stato come un padre e per tutti i miei tifosi. Perché la corona l'avevo persa immeritatamente tre anni prima e dovevo riportarla a casa in ogni maniera. Ricordo tutto di quella sfida, anche l'attimo in cui controllai le fasce alle mani e quando arrivò la chiamata dell'arbitro Harold Varan. Anche quando travolsì il coreano alla terza ripresa con una serie di colpi terrificanti: l'arbitro lo contò, io mi illusi di aver vinto, ma Ki Soo Kim, non so come resuscitò. E da lì in poi fu sofferenza per altre dodici riprese con il pubblico impazzito per uno spettacolo unico. Tanto che quel combattimento si consegnò alla storia. Fu davvero una grande vittoria; quando mi consegnarono la corona mi sentii l'uomo più felice e appagato del mondo. Perché col sacrificio ero riuscito a prendermi la rivincita che meritavo…».
Sandro si ferma, si guarda attorno e dice: «Guarda le viti. E' una passione che porto avanti da tanto tempo perché è un po' come combattere sul ring: se lavori tanto e bene dopo un anno puoi vincere, cioè puoi produrre ottimo vino. Col frutto del sacrificio vedi nascere un "rosso" corposo o un delicato bianco da tavola. E quest'anno c'è stato un gran lavoro, sono davvero ottimista…».
Insomma, oggi il Guerriero risentirà gli echi di quella e di cento altre battaglie, che fanno da colonna sonora alla sua vita piena di pugni. "Iniziai per fame, ma non ho mai inseguito la ricchezza, c'era passione, voglia di soffrire e di non deludere sia mio fratello che tanto si dedicava a me che il mio maestro Alfiero Conti…".
Ultimo di sei fratelli, il padre che perde una gamba in un incidente di caccia, i sacrifici della madre nell'immediato dopoguerra sino a una folgorazione.
«Scoprii la box in un cinema di Pontedera, dove proiettavano "Lassù qualcuno mi ama», con Paul Newmann
. E anch'io volli provare a diventare campione dl mondo dal nulla. E ce la fece. Una vita da film anche la sua, quella di Sandro Mazzinghi, che come Sylvester Stallone ha creato una storia, perché come Rocky era (è) un puro.
Ed è anche per questo che in America Sandro è ancora amato; ed è per questo che Box Rec lo ha incoronato il migliore di sempre dei Superwelter e da oltre Oceano i tifosi gli inviano un dollaro affinché glielo restituisca firmato».
So di aver trasmesso il vero spirito del pugilato quando andavo all'attacco col volto sporco di sangue…».
Poi una riflessione amara.
«Oggi la nostra boxe attraversa un periodo non molto felice sia per mancanza di talenti, vuoi perché i giovani non vogliono sacrificarsi come facevamo noi. E così i media si sono allontanati in maniera drastica dalla Nobile Arte, inoltre ci sono troppe sigle che creano solo confusione. Ma se tanto tanto uscisse fuori un bel campione l'Italia uscirebbe dal torpore».
C'è nessuno che vuol provare a ripetere le gesta del Guerriero di Pontedera?
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
