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Heysel, 30 anni dopo. Brio: "Ci dissero di giocare. Non sapevamo la verità"

Heysel, 30 anni dopo. Brio: "Ci dissero di giocare. Non sapevamo la verità"

Lo storico stopper bianconero, che oggi abita a Pistoia, rivive quella drammatica finale di Coppa dei Campioni: "Fu l'Uefa ha imporre il fischio d'inizio"

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PISTOIA. «A distanza di 30 anni la tragedia dell’Heysel non ha insegnato nulla. Se guardiamo cos’è successo nel derby Lazio-Roma di lunedì, con gli accoltellamenti, sembra proprio che in Italia non sia cambiato assolutamente niente. Da noi le leggi ci sono, ma non vengono fatte rispettare. Purtroppo continueremo così fintanto che certi delinquenti non saranno presi, rinchiusi in galera e buttata la chiave».

Sergio Brio, storico stopper della Juventus di Scirea e Platini, quel maledetto 29 maggio del 1985 era a Bruxelles per giocare la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Brio, leccese, oggi vive a Pistoia (dove ha militato fra il ’75 e il ‘78) e lavora a Roma nel settore immobiliare.

Trent’anni fa è sceso in campo, ha vinto, ma ciò che ha visto non lo scorderà mai. Proprio per questo, nella sua città d’adozione, si terrà un evento da lui organizzato con l’obiettivo di sensibilizzare e di non far dimenticare la tragedia.

Brio, cosa ricorda di quella maledetta sera?

«Cose brutte che ovviamente mi porterò dietro per tutta la vita. E pensare che fin da bambino sognavo di giocare una finale di Coppa del Campioni. Volevamo fare una grande partita contro un grande Liverpool, battuto già a Torino in Supercoppa europea. Poi, durante il riscaldamento, vedevamo gli spettatori entrare in campo senza scarpe. Ci chiedevamo cosa fosse successo».

In quei momenti concitati quali informazioni avevate? «Avevamo capito solo che era successo qualcosa di grave. Si vociferava che ci fosse stato un morto nella curva Z. Poi dall’Uefa ci hanno comunicato che la partita sarebbe iniziata in ritardo e per questo motivo, dalla torretta dello stadio, ci hanno invitato a parlare con i nostri tifosi per calmarli e spiegare loro che comunque avremmo giocato».

Giocare fu la scelta migliore?

«Il presidente Giampiero Boniperti, in verità, avrebbe preferito rinviare la partita. Fu l’Uefa, per motivi di ordine pubblico, a imporre il fischio d’inizio. Boniperti, tornando nel nostro spogliatoio, ci disse che dovevamo vincere per onorare la memoria di questo nostro tifoso».

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Quando vi siete resi conto dell’entità della tragedia?

«Solo una volta ritornati in hotel».

Il giorno dopo non mancarono i festeggiamenti. I parenti delle vittime per questo motivo vi hanno criticato.

«Li capisco perfettamente, so il dolore che hanno patito a causa della scomparsa dei propri cari e insieme a loro ne piango le morti. Ma se le loro polemiche sono assolutamente legittime, a criticarci furono anche i nemici e i detrattori della Juventus. Per loro, qualsiasi cosa avessimo fatto, sarebbe stata sbagliata».

Lei uscì dall’aereo con in braccio la Coppa dei Campioni.

«Sì. Mi sono assunto tutte le responsabilità in quanto facevo da capitano. Boniperti mi disse: “Prendi la coppa e onora i nostri 39 morti”. Questa è la verità. L’ho fatto per commemorarli».

Quella strage, in Italia, ha insegnato qualcosa?

«Non ha insegnato nulla. Basta vedere il derby Lazio-Roma di lunedì scorso. Mentre Margaret Thatcher in Gran Bretagna ha usato il pugno di ferro contro gli hooligans, che però all’estero facevano tutto ciò che volevano, da noi le leggi ci sono, ma non vengono fatte rispettare. Purtroppo continueremo così fintanto che certi delinquenti non saranno presi, rinchiusi in galera e buttata la chiave».

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