Lutto
Coi brividi dentro nello stadio della tragedia
Sono arrivato qui e voglio dare un apporto importante alla causa Livorno. Con questa frase si presentò Piermario Morosini ai microfoni di Radio Bruno nella sua prima intervista. Uno sguardo serio ma...
Sono arrivato qui e voglio dare un apporto importante alla causa Livorno. Con questa frase si presentò Piermario Morosini ai microfoni di Radio Bruno nella sua prima intervista. Uno sguardo serio ma sincero, proiettato da due grandi occhi scuri a cui faceva da cornice una folta capigliatura mora, il tutto condito da gentilezza e disponibilità, che raramente riscontri nel mondo del calcio. Un feeling proseguito quando il “Moro” era sceso in campo, sempre disponibile, poi accade quello che nessuno avrebbe voluto.
Era una trasferta come altre, affrontata con il consueto entusiasmo dal sottoscritto in compagnia del compianto collega Renzo Marmugi. I soliti atti ripetuti da anni in vista del fischio di inizio: il pasto frugale, l'accredito, la prova del collegamento... finalmente si inizia, immaginare che da lì a poco stesse per arrivare il momento più difficile per un radiocronista era impossibile da pensare. Gli amaranto partono forte, dopo 11’ siamo sul 2-0. Si prospetta un pomeriggio radioso, colorato di amaranto, in barba al cielo grigio e piovigginoso che sovrasta l'Adriatico. La radiocronaca si tinge di parole gonfie di entusiasmo ma in un attimo si consuma il dramma, succede quello che mai vorresti che accada. Siamo nei pressi della nostra area di rigore, il Moro inciampa, si rialza, ricade, è circondato dai compagni e dagli avversari, l'arbitro chiama i sanitari, cominciamo a capire che qualcosa di grave sia accaduto... ma che cosa?
La postazione stampa si trova dentro un “acquario”, i suoni da fuori non arrivano, è difficile capire. Sono minuti concitati, difficili da raccontare agli ascoltatori. Loro vogliono sapere. Uno sguardo di intesa con Renzo e ci precipitiamo a bordo campo. Due parole con gli infermieri per intuire che la tragedia è dietro l'angolo. Ci trasferiamo al Pronto Soccorso, alla spicciolata arrivano tanti tifosi, si mescolano i colori, in un unico abbraccio fatto di tensione e di speranza, attoniti, sguardi nel vuoto. Da una porticina esce il primario di cardiologia, dal suo sguardo si capisce tutto: «impossibile vivere con un cuore in fibrillazione».
Ci cade il mondo addosso, arriva la squadra, Madonna. Il silenzio si fa irreale, piove, ma nessuno se ne accorge, le lacrime si confondono con le gocce che cadono dal cielo, è primavera ma i colori della natura in quel momento si sono fatti da parte, hanno capito e lasciano spazio ad un pomeriggio buio, cupo, triste, come i nostri animi. Provare a darsi una spiegazione di quello che è accaduto diventa uno strazio.
Ora torniamo su quel campo a giocarci una stagione in 90’. Così ha voluto uno strano destino Sono trascorsi 768 giorni dal quella giornata maledetta. Ci sarà tifo, ci saranno cori, ma tutti noi, con il cuore amaranto dentro, non ci faremo caso, alle nostre orecchie arriverà solo un sottile, leggero rumore: un fruscio di ali, il fruscio delle ali dell'angelo Piermario che sarà li a volteggiare sopra il cielo dell'Adriatico, sarà dentro lo spogliatoio, sarà in campo a spingerci verso quello che anche lui quel giorno desiderava: “Andiamo a prenderci questo risultato!”
Massimo Brachini
radiocronista Radio Bruno
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