Il Tirreno

Livorno

AMARANTO

Torna a parlare Gautieri: "Ecco la mia verità"

Alessandro Bernini
Torna a parlare Gautieri: "Ecco la mia verità"

L'ex tecnico del Livorno svela i retroscena della sua gestione: il modulo, le dinamiche dello spogliatoio e i rapporti con Spinelli

6 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. 100 giorni esatti. 100 giorni dall’esonero del 29 dicembre e dall’ultima volta in cui Carmine Gautieri se ne andò. In punta di piedi. 100 giorni dopo, ecco la sua prima intervista.


Carmine Gautieri e Livorno.
«Una bella storia. Ho trovato una piazza esigente ma rispettosa, che ama la maglia amaranto come se fosse un figlio. Un sentimento forte e questo mi ha colpito molto. Così come mi ha colpito l’estremo rispetto nei miei confronti».

A cosa ti riferisci?
«Sapevo bene che magari non tutti erano entusiasti della mia gestione, fa parte del lavoro di un allenatore. Eppure con me sono stati sempre tutti eccezionali. E questo me lo porto nel cuore».

Nel cuore porterai anche non pochi rimpianti.
«Rimpianti per non aver provato sino in fondo a raggiungere un grande risultato. Ma non ho rimpianti per la mia gestione. Con il mio staff abbiamo sempre lavorato 24 ore al giorno per il Livorno. E quando dai tutto te stesso, non puoi avere rimpianti».

Perché non hai mai provato a giocare con la difesa a tre?
«La squadra è composta di tre reparti. È vero, forse dietro Emerson, Bernardini e Ceccherini si sarebbero trovati bene. Ma siete sicuri che a centrocampo e in attacco avremmo avuto giovamenti da uno schieramento con tre centrali?».

Però magari un tentativo...
«Guarda. Alla vigilia della partita contro il Perugia, ci siamo ritrovati in emergenza. All’allenamento del venerdì ho chiamato alcuni ragazzi, ho parlato con loro. “Che ne dite se proviamo la difesa a tre?”. Sai qual è stata la loro risposta?»

Quale?
«Mi hanno detto “mister, forse non è il caso di stravolgere il nostro sistema di gioco, meglio restare a quattro”. È chiaro che avrei comunque deciso io perché queste scelte spettano a un allenatore, però per me era importante sapere cosa pensava la squadra».

A proposito di squadra e giocatori. Non hai mai avuto il sentore che dentro lo spogliatoio non tutti fossero dalla tua parte?
«No, mai. E non è un sentore, ma una certezza. Questo è un gruppo sano, composto da bravi giocatori ma soprattutto ottime persone. E questo ci tengo a dirlo».

Però, obiettivamente, la squadra a volte faceva fatica a macinare gioco.
«Cosa significa non fare gioco? Il calcio non è una scienza esatta, però ci sono delle cifre che secondo me non si possono mettere in discussione e fotografano il rendimento di una squadra. Quando ho lasciato il Livorno, avevamo il terzo miglior attacco, la terza miglior difesa ed eravamo la squadra che creava più occasioni da rete».

Eppure c’era sempre la sensazione di vedere un auto di grossa cilindrata che non metteva mai le marce alte.
«Queste sono valutazioni complesse. Che devono tener conto anche del reale valore della squadra».

Avevamo sopravvalutato la rosa del Livorno?
«Non dico questo. Dico che il campionato di serie B è complicato, i risultati del Bologna dimostrano che non è facile vincere per nessuno. Devi stare lì, cercare di raggiungere continuità, di prendere anche il punto e non mollare mai. Credo che il mio Livorno avesse raggiunto anche una buona continuità di risultati».

La vittoria di Terni è il ricordo più bello?
«No. Anzi, quando tornammo da quel 4-0, misi i ragazzi davanti alla tv per mostrare loro quanti errori erano stati commessi».

E allora quale scegli?
«La partita in rimonta col Bologna. Perdevamo 2-1 a pochi minuti dalla fine e poi vincemmo 3-2 mettendoci tecnica, orgoglio, cuore. In quella partita credo ci sia stato tutto il Livorno di Gautieri. Per me resta il ricordo più esaltante».

Possiamo fare un flash sul presente?
«Dipende...»

Fisicamente il Livorno non sta per niente bene, manca brillantezza. Come avevi impostato la preparazione atletica?

«Con i miei collaboratori e con lo staff medico avevamo impostato un lavoro che teneva conto delle esigenze di ogni singolo giocatore. C’erano degli allenamenti che venivano svolti con i cardio, proprio per monitorare la condizione atletica. Chi dava 100 proseguiva sulla stessa linea, chi magari dava 70 veniva preso da parte e svolgeva un lavoro specifico per riportarlo a 100».

Quindi non c’era un periodo di calo preventivato?
«Assolutamente no. Sono stato esonerato il 29 dicembre, quindi non posso dire quello che è successo dopo. Dico solo che avevamo impostato un programma di richiamo per la sosta, proprio per trovare poi massima brillantezza per la parte finale della stagione. Il dato di fatto è che avevamo vinto se non sbaglio 6 volte ribaltando il risultato negli ultimi minuti, quindi il Livorno aveva una brillantezza fisica superiore rispetto agli avversari».

Un alibi è giusto riconoscerlo. Hai affrontato la prima parte della stagione con un Andrea Luci ancora in fase di recupero.
«Non voglio alibi, non li ho mai cercati neanche quando ero in panchina. Comunque è vero, Luci ha saltato la fase di preparazione, è stato fermo 7 mesi e il suo rientro è stato lento. Ho parlato spesso con Andrea e tra noi c’era sintonia sulle modalità del rientro».

Molti sostengono che questa squadra abbia poca personalità.
«Quando arriva qualche sconfitta, si cerca sempre una motivazione. Nello spogliatoio ci sono ragazzi che ci tengono molto, a partire da Luca Mazzoni che è anche il primo tifoso del Livorno. Non credo che ci sia un problema di personalità e il campo lo ha spesso dimostrato».

In che senso?
«Nella mia gestione, come dicevo prima, abbiamo vinto 6-7 volte in rimonta. Se non hai personalità, vai sotto e affondi. Ecco, questo della psicologia è un capitolo che mi piacerebbe affrontare. Posso ?»

Prego.
«Ho sempre creduto nel colloquio diretto con i giocatori. Parlavo spesso con molti di loro, da Siligardi in giù, cercando di capire i loro momenti di difficoltà e cercando di trovare le motivazioni giuste. E i ragazzi hanno sempre risposto nel modo giusto».

Mister, devi ammettere che nel tuo ultimo periodo il Livorno sembrava in calo.
«Se andiamo a vedere, il mio esonero è arrivato dopo due pareggi esterni. Uno in casa dell’Entella e uno in casa del Vicenza. Con l’Entella bastava poco per vincere. Quanto al pari di Vicenza, beh, avete visto anche voi che poi da quel momento il Vicenza ha inanellato una striscia di vittorie impressionante».

Sincero: il presidente ti ha mai imposto una formazione o qualche giocatore?
«Assolutamente mai. Faceva le sue valutazioni ma mi ha sempre lasciato piena libertà in tutte le mie scelte».

In che rapporti siete rimasti?
«Ottimi, io posso solo ringraziarlo per avermi dato la possibilità di allenare una squadra come il Livorno. E credo che lui abbia stima di me».

Quando Gelain traballava, hai mai pensato di tornare?
«Ho sempre massimo rispetto dei colleghi, quindi in questo caso di Gelain e Panucci. Ma se vuoi ti dico una cosa che non ho mai sperato: veder perdere il Livorno. Lo dico ora che il Livorno ha un nuovo allenatore e non ci sono secondi fini o rischi di apparire ruffiani. Livorno è nel mio cuore, ringrazio la gente perché ho sempre sentito affetto. Gli allenatori sono schiavi dei risultati, ma i sentimenti vanno oltre. E io sono orgoglioso di aver allenato il Livorno».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web