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Livorno

L’accoppiata di Galante «Spinelli-Panucci perfetti»

di Fabrizio Pucci
L’accoppiata di Galante «Spinelli-Panucci perfetti»

L’ex difensore amaranto, ora dg del Chiasso, promuove il nuovo allenatore E svela: «Col presidente tutto chiarito, il giorno che lascia io sono pronto»

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LIVORNO. Se ci fosse un corso di laurea sul Livorno, lui con le sue 147 presenza con la casacca amaranto, si fregerebbe del titolo di dottore honoris causa. Oggi Fabio Galante è il direttore generale del Chiasso e ha le sue brave gatte da pelare (la squadra è in crisi e proprio ieri ha dovuto esonerare l’ex campione del mondo Gianluca Zambrotta dalla guida tecnica), però dal 2004 al 2010 lo stadio Picchi è stato casa sua: e quando inizia a parlare del suo Livorno non si ferma più...

Fabio Galante, siamo al rush finale. Dove può arrivare la squadra di Panucci?

«È ancora tutto possibile, per spiccare il volo basta poco, diciamo un pizzico di continuità. Se il Livorno riesce a vincere un paio di partire di fila può rilanciarsi in modo definitivo. D'altronde in questo campionato delle sorprese – in questo senso basta leggere i risultati di Crotone-Spezia e Pescara-Brescia – c'è spazio per tutti».

Già, proprio la continuità è il tallone d'Achille di questa squadra...

«Lo so, ma credo che la vittoria con il Lanciano – sebbene non brillantissima sul piano del gioco – sia fondamentale perché fa classifica e morale e aiuta i ragazzi a credere ancora di più nel lavoro di Panucci».

A proposito. Tu lo conosci bene...

«Certo. È del '73 come me. Abbiamo giocato insieme solo nell'Under 21 quando vincemmo il campionato europeo di categoria. Ricordo che ai tempi del Genoa, mister Maselli mi volle per farmi giocare in coppia con lui, ma Spinelli lo cedette al Milan e in quell'occasione ci siamo solo sfiorati».

Che tipo è ?

«Ha un carattere forte, grande personalità. È schietto. Le cose non te le manda a dire. Te le dice in faccia e questo talvolta può portare allo scontro. Ma Christian non è rancoroso. Anzi. È un uomo di calcio che ha vissuto per 30 anni a livelli altissimi. Penso che sia l'uomo giusto».

Che cosa rispondi a chi dice che è un allenatore inesperto perché al primo incarico?

«C'è una frase di Montella che mi piace molto e si sposa bene con la situazione di Panucci: non solo i capelli bianchi a rendere l'uomo esperto. Per me se uno ha qualità, si capisce subito».

Torniamo alla squadra. Credi nei playoff?

«Certo. Entrarci è doveroso. È il minimo sindacale. Poi, una volta dentro, il Livorno se la gioca perché ha un organico importante e attaccanti di valore. E poi tra Vicenza, Frosinone, Avellino e Spezia non vedo quale squadra possa davvero spaventare gli amaranto».

Parliamo di Spinelli...

«Volentieri. Ce ne fossero di presidenti così».

Eppure non vi siete lasciati benissimo quando hai smesso di giocare e ai tempi della tua trattativa per l'acquisto della società...

«Tutto superato».

Nel calcio moderno c'è ancora spazio per un presidente vecchio stampo come lui?

«Senza dubbio. Lui ci mette sempre la faccia. E poi va avanti con i fatti e non con le chiacchiere. Tanti o pochi che siano, lui i soldi li mette sempre e ai suoi dipendenti non fa mancare nulla. La sua storia è quella di un uomo che si è fatto da solo con il lavoro. Poi che Spinelli sia vulcanico e un mangia-allenatori fa parte del personaggio. Lo conosco dal '93. Parlo a ragion veduta. Insomma lui dovrebbe essere d'esempio per tanti dirigenti o pseudo-presidenti che arrivano anche dall'estero solo per farsi pubblicità e a scopo folcloristico: li rovesci e dalle tasche non cade nemmeno un euro».

Nel 2012 hai provato a comprare il Livorno. Che cosa non funzionò nella trattativa?

«Ricordo tutto come se fossi oggi. Spinelli era stanco e voleva cedere la società. Anzi, per l'esattezza voleva regalarla. Partii da Miami per Genova convinto di definire l'acquisto».

E invece?

«Mi è sempre piaciuto fare il paragone con la Ferrari. Se uno la regala, chi la riceve deve avere i soldi per pagare bollo, assicurazione e benzina. Noi quei soldi ce li avevamo. Poi però scoprimmo che la Ferrari non era un regalo, ma un oggetto con un prezzo oscillante tra gli otto e i dieci milioni. A quel punto non avremmo avuto la possibilità di dare vita al nostro progetto».

Quanto ti ha deluso quell'epilogo?

«Più che altro mi dispiacque interrompere la permanenza a Miami... Scherzi a parte. Ci lasciammo in piena serenità. Tengo a precisare che non ci fu nessuno scontro. Anzi. Una cosa è certa. Al timone del Livorno io avrei fatto bene perché oltre ai soldi ci avrei messo cuore e passione».

Se un giorno Spinelli dovesse mollare saresti ancora pronto?

«Premessa. Spinelli ama il Livorno, dopo 16 anni non potrebbe essere altrimenti. Gli auguro di rimanere in sella altri cent’anni, poi di sicuro lascerà il Livorno in buone mani. Le mie? Sì, mi piacerebbe molto portare avanti il suo progetto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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