Sicurezza
Cento anni da capitale
Alle 17 al Magnozzi la presentazione del libro di Guerrieri
LIVORNO. Non è un centenario qualsiasi, per ragioni sportive e non solo. E non poche di queste ragioni di interesse spuntano fra le righe del monumentale libro appena uscito e dedicato al secolo amaranto da Alessandro Guerrieri, popolare giornalista free-lance livornese noto al grande pubblico per le brillanti conduzioni su “Telecentro” e per i puntuali articoli sul “Tirreno” e su altri quotidiani e riviste. Perché anche se la scelta di Alessandro è quella informativa e quasi enciclopedica (“La grande storia amaranto” contiene tutti i dati, nomi e numeri dal 1915 al 2015, inclusi i tabellini di ogni partita), in filigrana dalle 500 pagine e passa del volume emergono considerazioni acute e stimolanti sul fenomeno-calcio dalle nostre parti.
La prima considerazione da fare è che Livorno è stata fin dall’inizio una capitale del calcio, anche se non tutti lo sanno. Potrebbe addirittura vantare la primogenitura nazionale del gioco, visto che le accanite e turbolente partite per strada fra i marinai inglesi e i nostri ragazzi dell’epoca sono già citate poco dopo l’unità d’Italia, cioè almeno 10-15 anni prima della fondazione ufficiale del football italiano avvenuta fra Genova e il Piemonte. Il secondo motivo di interesse si ricava scorrendo gli oltre mille nomi di giocatori che hanno vestito in questo secolo la maglia amaranto, da Abbruscato a Zottoli: di questi mille più di 200 erano livornesi doc, ai quali si aggiungono anche decine di “provinciali” (soprattutto piombinesi), il che dà una misura rara e impressionante della passione e del senso di appartenenza. Il terzo fattore è quello più tecnico: anche questo bilancio è da piazza nobile, con scudetti sfiorati, grandi imprese e tanti campioni regalati allo sport nazionale, qualche volta anche al mito.
Per dirla in breve, un libro da conservare non solo come documento completo e rigoroso, ma anche come testimonianza sociale. Per ricordarci con legittimo orgoglio da dove veniamo, come eravamo e come potremmo essere, se troppo spesso, oggi, memoria e identità non ci facessero difetto. (f.b.)
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