Gioco
La bestia verde del Livorno
Avellino stregato: un tiro, un gol. Gli amaranto sprecano ma non meritano la sconfitta
Se ci vogliamo commiserare perpetuando il famoso motto che siamo nati per patire, questa è l’occasione ideale: il Livorno incappa in una delle sconfitte più sanguinose e immeritate degli ultimi anni, e per di più lo fa nel giorno conclusivo del centenario con la curva pavesata di striscioni da brivido; se non bastasse era pure uno scontro diretto che potrebbe avere un peso negativo sull’intera stagione. Tutto ciò conferma una cosa che ogni antico tifoso amaranto sa bene e che infinite volte ha provato sulla sua pellaccia corrosa dalle delusioni e dalle intemperie: ogni volta che enfatizziamo una partita finisce male, perciò ci conviene stare sempre zitti e cercare di pigliarli nel sonno. A fari spenti, come si suole dire.
Se invece vogliamo buttare giù l’ovosodo e riflettere con logica, allora bisogna convenire che questa partita con l’Avellino non è stata decisa solo dallo sfigato Dna labronico o dal destino cinico e baro: il Livorno ha giocato da 6 (forse anche da 6+) e già il pareggio sarebbe stato stretto, però ci sono almeno tre ragioni per cui si è perso.
La prima è che loro fin dall’inizio hanno fatto la partita che volevano (solida e sorniona) e noi invece non abbiamo fatto la partita che serviva, o comunque una partita altrettanto chiara. Considerate anche le assenze il Livorno non era messo male in campo, però non è stato né carne né pesce. La scelta di correggere il 3-5-2 rispolverando Belingheri sulla carta ci poteva stare ma non ha funzionato: già parliamo di un giocatore che va sempre a singhiozzo, figuriamoci dopo mesi di panca. Ma non c’è solo questo, il fatto è che una tale scelta implicava già in partenza una riserva mentale: me la gioco per vincere ma non fino in fondo, al limite su un pareggino non ci sputo. La conseguenza è che per un’ora abbiamo tirato di fioretto, magari anche benino, il problema però è che ci voleva la clava.
Secondo punto: a metà ripresa è entrato Galabinov per il citato Belingheri: anche questa mossa offensiva ci poteva stare, però a quel punto siamo andati sotto a centrocampo dove loro erano più compatti e corti, e sia Luci (soprattutto) che Biagianti avevano già saltabeccato e a tratti sofferto. Personalmente, una decina di minuti prima del gol mi ero annotato che l’Avellino stava ripartendo di più e meglio e che in mezzo non riuscivamo più a gestire un pallone con calma, per cui che sia arrivato il gol non è stato esattamente un fulmine a ciel sereno.
La terza questione è quello che è successo dopo lo 0-1: in dieci minuti il Livorno ha creato (e purtroppo sciupato) tre grandi occasioni, cioè più di quelle che aveva creato nei precedenti 80. Ecco qui la riprova di quello che si diceva prima: le squadre come l’Avellino vanno assaltate e prese alla gola alzando i ritmi, se giochi al loro passo non gli fai gol nemmeno in trecento minuti. Questo, se veramente vuoi provare a batterle prendendo certi rischi; altrimenti ti accontenti dello 0-0 e però in quel caso non c’è ragione di sguarnire ancora di più il centrocampo.
Con tutto ciò, è giusto ribadire che la sconfitta è immeritatissima, e che l’Avellino benché si sia confermato rognoso e velenoso non ci è affatto superiore. Allo stato, nessuna squadra della categoria ci è chiaramente superiore: il Livorno ha le sue brave possibilità di andare in serie A partendo anche dal quinto posto e dai playoff, ammesso che davanti qualcuno non faccia la botta e che si riaprano anche i giochi della promozione diretta. Però è vero anche il ragionamento inverso: solo se manteniamo la condizione, la convinzione e un assetto corretto possiamo sperare, altrimenti si arriva decimi e tanti saluti.
Ragione per cui, a mente fredda sono più preoccupanti certi squilibri tattici (per esempio il fatto che ieri si è giocato poco e male a destra), la debolezza strutturale del centrocampo o la stanchezza di alcuni giocatori-chiave come Vantaggiato, che rincorre troppi palloni e fa troppo poco il centravanti vero. La sconfitta in sé è un rospaccio ma proprio perché siamo livornesi sappiamo come digerirla: se t’è andata di traverso piglia un po’ di citrosodina, diceva nonna.
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