Il Tirreno

Livorno

«La vita in pugno, anche a 80 anni»

di Mario Orsini

Il compleanno di Franco Nenci, argento nel pugilato alle Olimpiadi del 1956 e ora un grillo quando allena i bambini

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LIVORNO. Un signore del ring, un uomo dai modi gentili e raffinati, abituato a parlare sottovoce pesando le parole. Un mito, un’icona del pugilato labronico e non solo. Amato e rispettato da tutti. Franco Nenci oggi spegne le 80 candeline. A mettersi le pantofole e salutare definitivamente il mondo del pugilato, però non ci pensa nemmeno. Anzi rilancia: «Fisicamente e mentalmente mi sento bene. Il mondo del pugilato è il mio mondo. Dopo la famiglia s’intende. Prima come pugile e poi come maestro di boxe, anche della nazionale, mi ha dato l’opportunità di conoscere tanta gente e fare mote amicizie».

Dici Nenci e pensi alla medaglia di argento conquistata alle olimpiadi di Melbourne nel 1956. Benché sia passati quasi 60 anni, Nenci conserva una lucidità mentale e una mobilità degna di un ragazzino. Basta guardarlo mentre spiega l’abc, della noble art, a un gruppetto di ragazzotti, presso la nuova palestra all’Accademia della Sport di via Garibaldi. E aggiunge alle parole la simulazione dei movimenti mulinando, a velocità supersonica, le braccia, facendo rapidi spostamenti sul tronco e a saltellando, anche con una cordicella tra le mani, come un grillo. Se gli domandi come fa la risposta non si fa attendere. «Sono gesti che mi vengono in maniera naturale, fin da quando a quindici anni mi sono avvicinato per la prima volta a questo sport. A quei tempi lavoravo già nella Compagnia Portuali, sulla scia di babbo e nonno. Babbo è stato anche uno dei mitici Scarronzoni».

Cosa faceva?

«Con una carretta portavo gli arnesi agli operai sulle navi. Poi diventai, dopo aver superato un concorso, caporale. Quando chiedevo i permessi, per allenarmi o combattere, per me le porte erano sempre aperte e i permessi accordati. Il console Vasco Iacoponi mi diceva: Franco, vai dove devi andare, ma ricordati sempre di dire che sei un portuale livornese. Mi raccomando!».

Dell’argento olimpico cosa ricorda?

«Tutto. Il viaggio in aereo lo feci insieme al mio amico Mario Sitri. Complessivamente durò 55 ore compresi 4 o 5 scali. Mario quando c’erano i vuoti d’aria aveva una paura tremenda e mi stringeva le mani quasi da farmi male. All’esordio mandai ko un pakistano. Poi vinsi con il tedesco Willi Roth e nei quarti e in semifinale feci altrettanto con l’argentino Antonio Marcilla e il rumeno Constantin Dunitrescu, prima di vedermela in finale con il russo Vladimir Yengibaryan. Il tutto in una settimana».

Il russo fu un osso duro?

«Yengibaryan era già stato campione d’Europa assoluto nel 1953. In Unione Sovietica a quel tempo era vietato il professionismo. Nonostante questo disputai un gran match. Al momento del verdetto però arrivò una super delusione. I giudici assegnarono la parità 56 a 56. E l’arbitro americano mi dette pollice verso».

In tempo di guerra fredda quasi una contraddizione?

«Proprio così. (poi, dopo qualche secondo, ci scherza sopra, ndr). Forse quell’arbitro sapeva che ero di Livorno e quindi comunista anch’io, e per lui partivamo alla pari. Anzi la mia colpa era maggiore perché i comunisti in Italia dagli americani non erano ben visti».

L’accoglienza quando tornò a Livorno?

«Quasi trionfale per me ma anche per Mario Sitri. Alla stazione vennero a prenderci tante persone e i festeggiamenti andarono avanti per giorni. Fui ricevuto, in pompa magna, anche dall’allora sindaco Nicola Badaloni».

Poi il professionismo?

«Nel 1957 feci il grande passo. Complessivamente disputai una sessantina di match perdendone davvero pochi. A 32 anni decisi di smettere, benché fossi imbattuto da due anni, con cinque vittorie e due pareggi. Sul volto iniziavo a vedere i segni di qualche battaglia e gli stimoli erano calati».

Bravo sul ring ma anche generoso?

«Quando uscivo di casa ero accolto quasi come un divo. Ai meno abbienti regalavo fiaschi di vino, pasta e qualche volta polletti. Se combattevo a Livorno compravo decine e decine di biglietti delle prime file e li donavo a chi non avrebbe avuto la possibilità economica di venirmi a vedere. Nel pugilato a quei tempo si guadagnava benino”.

Maestro anche della nazionale?

«Sì. Una bella soddisfazione. Sono stato collaboratore e maestro della nazionale di pugilato in occasione della preparazione delle Olimpiadi di Seul e di Barcellona. Tra i miei allievi anche il grande Giovanni Parisi, oro nei piuma proprio a Seul».

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