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Lessi, ottanta voglia di amaranto

di Sandro Lulli
Mauro Lessi
◗
Mauro Lessi

Il glorioso terzino amaranto, 368 presenze, racconta la sua vita nel Livorno

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LIVORNO. Una volta Nereo Rocco, mitico allenatore del Milan, ai suoi difensori disse: «Ragazzi, in area di rigore volate tutto, possibilmente anche il pallone…». Ecco, Mauro Lessi era così: volava tutto. Un terzino di tempra, di carattere, spietato, temuto. Ogni partita per Mauro era una battaglia, un duello aspro, il tributo che pagava volentieri per l'attaccamento alla maglia, ai tifosi e alla sua città. È recordman di presenze (368), 14 campionati, due promozioni in B, nessuna retrocessione, una ventina di derby col Pisa, persi pochissimi. Un amore infinito, quello di Mauro, che apre il suo album dei ricordi non solo nel giorno del suo compleanno ma soprattutto a un mese da quello del Livorno del Centenario.
Allora Mauro, ne hai 80, arrivasti nelle giovanili del Livorno a 15. Insomma, in questi 65 anni hai vissuto pienamente l'amaranto dal dentro e dal fuori. Partiamo dall'inizio?
«Sì, e dico subito una cosa: per me è esistito ed esiste solo il Livorno. Io seguo tutto il calcio ma nel mio cuore c'è solo l'amaranto. Seguivo con simpatia l'Inter quando c'era Armandino Picchi, seguo la Juve di Giorgio Chiellini e Massimiliano Allegri, e anche il Parma che arranca di Alessandro Lucarelli e Donadoni. Ma tutto qui. Per il resto Livorno e basta».
Il piccolo terzino-mastino dove nasce?
«Nasce in Coteto, il mio rione, e giocava su un ex campo di concentramento tedesco, e su un campetto alle spalle della chiesa dei Salesiani. Palla sbilenca, ore e ore a divertici».
E tuo padre cosa ne pensava?
«Mio padre Gino mi raccontava delle partite a Villa Chayes, e anche del Livorno che sfiorò lo scudetto nel 42-43. Però a un certo punto, dopo che dalle giovanili del Livorno mi misero nella rosa della prima squadra si arrabbiò quando decisi di lasciare l'Iti. Del resto come facevo, con tutte le trasferte…».
All'Istituto tecnico vincesti anche i campionati studenteschi, sui 100 metri…
«Ero velocissimo, mi allenavano i prof. Biasi e Ciolli, il padre di Paolo, ex insegnante anche lui e ora provetto cuoco».
Ma non rischiasti di finire all'ala?
«No. Si accorsero subito che ero nato per fare il terzino sinistro. Eppoi avevo grinta, capacità di stare sull'uomo. Entravo duro, ma mai per fare male, la rapidità e la velocità mi aiutavano tanto».
Una vita col "3" sulle spalle…
«Già, e me lo tenevo stretto. Una volta mi dissero che stavo indossando la maglia che era appartenuta a Lovagnini nell'anno del quasi scudetto e quando la infilavo, seppur un po' strucita, mi sentivo più forte. Pensa un po' com'è cambiato il calcio…».
Già, è cambiato. Ne parliano? Il calcio di Lessi, anni 50-60-70 e il calcio di ora. E ancora cosa rimpiangi?
«È un domandone, parto dalla fine, dagli anni della gioventù (gli occhi si arrossano per qualche istante). Ero felice e fiero di giocare nel Livorno. Vivevo pienamente quegli anni, in campo e nella vita di tutti i giorni, con Capecchi e Armandino ci divertivamo anche fuori dal campo. La gente mi voleva bene e io ho sempre dato tutto me stesso per non deludere. Lo stadio era sempre pieno, sin sopra la torretta, i tifosi ci davano una carica incredibile. Poi sono cambiate tante cose, dalle sostituzioni, prima per infortunio poi per tattica, ai cartellini dei giocatori, quindi il mercato sempre aperto o quasi, i retropassaggi al portiere, i falli da dietro, il calcio spalmato… Ma quello che vedo in generale è che vengono a mancare sempre più le "bandiere", il senso di appartenenza è raro da trovare. Ai miei tempi ci si ritrovava avversari con la stessa maglia anche dopo sette-otto anni. Però di certi giocatori ci si ricorda ancora…».
Maglia, debutto, emozione. Anche paura?
«Sono sempre stato un emotivo. Scalpitavo come un cavallo alla partenza. Mi fece debuttare Mario Magnozzi il 20 dicembre del 1953. Ma a farmi prendere in considerazione fu il portiere Renato Giudici che mi tenne vicino a sé anche nel sottopassaggio. Mi fece sorridere, allentò la tensione, mi dette coraggio. Bella stagione, 21 presenze. L'anno dopo il 54-55, volammo in B. Bella squadra con Dreossi in porta io e Simonti terzini, c'erano Balleri, Bimbi e Cappa. Bronzoni e Bernardis, poi Isolani, Ceccherelli, Bodini».
A fine campionato la doccia fredda…
«Mi chiamano in sede e mi comunicano che ero stato dato in prestito al Pontedera in serie D… Credetti di aver perso tutto. Mi rimboccai le maniche e disputati una bellissima stagione. In estate andò via Magnozzi e arrivò Viani. Che disse subito, prendetemi quel "3" del Pontedera e la mia vita cambiò».
Ma ritrovasti, nel 55-56, il Livorno di nuovo in C
«Sì, perché cambiarono troppo».
E dovesti aspettare il 1963-64 per rivedere la B…
«Tante le amarezze. Ma ce la facemmo perché la società di Arno Ardisson affidò al bravo Guido Mazzetti una bella squadra, che già veniva da una bella stagione. Bellinelli (e Gimelli e anche Pistolesi) in porta, io e Balestri terzini, Varljen stopper c'era anche Caleffi, poi in attacco Mascalaito, Virgili e Colombo, a centrocampo Ribechini, Basilico o Cartasegna. Davvero un bel gruppo».
Però tre anni prima ti acquistò il Torino, serie A.
«Sì. Era la stagione 1960-61. Debuttai a Bergamo il 16 ottobre. Ma in quella stagione mi infortunai al tendine d'Achille, non mi ambientai, iniziai a sentire la nostalgia di casa. Infatti sposai e tornai a Livorno»
Mauro, i tuoi maestri, anche tra colleghi più anziani.
«Mido Bimbi e Dedo Simonti mi insegnarono e guidarono tanto. Ma nei ragazzini ebbi come tecnico Mario Zidarich, ex attaccante del Livorno 42-43, davvero bravo».
I tecnici preferiti che hai avuto
«Carlo Parola davanti a tutti, poi Viani, Magnozzi, Mazzetti, Silvestri, Remondini».
Gli amici del cuore
«Picchi, Balleri, Capecchi, Cappa, Taccolino, Baiardo, Puccinelli Garzelli, Giampaglia, Maggini, Nastasio, Bellinelli e Gori».
Il giocatore amaranto più versatile.
«Costanzo Balleri, gli ho visto ricoprire tutti i ruoli, anche di portiere perché in gara s'era infortunato il nostro estremo difensore. Ma c'è anche Picchi: ha giocato da mezz'ala, mediano e libero».
I difensori grintosi del Livorno che ti sono piaciuti.
«Balestri, Depetrini, Caleffi, Cairoli, Papadopulo, Baiardo, Bruschini».
Ma qualche scherzo fatto o ricevuto lo ricordi?
«Eravamo in ritiro e Basilico al cameriere continuava a ripetere "per favore abbondante…". Tutti i giorni. Allora vado a comprare una tagliola per topi, gliela feci ricoprire col minestrone e quando mise il cucchiaio scattò: non smettevamo più di ridere».
Un altro, dai…
«Colombo, lo chiamavamo Colombino perché era basso, venne nello spogliatoio con le scarpette nuove. Io gliele imbullettai alte al muro. Me la vidi brutta, s'incavolò, minacciò di dare fuoco a tutta la nostra roba. Non sa ancora chi fu…».
Uno scontro in campo non voluto e uno voluto.
«Contro il Genoa colpii alla testa Attilio Perotti, il nostro ex allenatore-dirigente (persona corretta, nonché preparata non solo di calcio, ndr). Rimessa laterale, lui scatta, io a gamba alta mi giro e lo centro. Testa sanguinante e fasciata. Mi dispiacque tanto. Altro episodio. Un tizio a Livorno calpesta volutamente la mano a Bellinelli in uscita. "Renato, ora ci penso io…". Lo feci nero. Nel ritorno altre botte. Alla fine mi disse: "Ti ammiro perché in casa o fuori giochi sempre alla stessa maniera…"».
Hai avuto anche un'esperienza da allenatore sulla panchina amaranto, nella stagione 74-75 che vide alternarsi tre tecnici.
«Era partito Lojacono, poi chiamarono me che arrivavo dalla panchina del Pontedera, quindi toccò a Puccinelli. Ci salvammo. Ma avremmo voluto fare molto di più perché avevamo Romoletto Graziani, Mondello, Luteriani, Mucci, Martin, Porri, Torresani, Cracchiolo, Garzelli, Mascella in porta».
Da giocatore invece chiudesti al termine del campionato 68-69.
«Ufficialmente sì. Avevo dolori ai tendini, era un calvario. Armandino mi fece andare da tutti i medici più affermati, ma il dolore non se ne andava. Restai in "rosa" sino al '70. Avevo 35 anni, avrei potuto giocare almeno fino a 38. E questo mi è dispiaciuto».
Ma hai lasciato una traccia indelebile, i tifosi ti ricordano ancora con affetto.
«Questo è il mio orgoglio (occhi lucidi) perché alla maglia ho dato tutto me stesso. Recentemente ho apprezzato molto il premio "Atleta livornese nella storia" che mi è stato consegnato al Panathlon Club dal presidente Roberta Naldini. Ora aspetto con entusiasmo la festa del Centenario».
E cresce un piccolo Lessi...
«Mio nipote Filippo, figlio di Rossella, è terzino destro nel Picchi, dicono che se la cavi bene perché io non vado a vederlo per non star male. Ma sono orgoglioso anche di sua sorella Vittoria che gioca a tennis, e poi ho l'altro figlio di Melania, Leonardo che studia alla Cattolica di Milano. Vado fiero di tutti e tre».
 

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