Toscana
Giardini, il Kobe della D «Non sono più un bad boy»
Il bomber dell’Us (20 punti di media) trascina gli amaranto in testa alla classifica «Litigi con gli arbitri e tante espulsioni: ora ho capito, sono cresciuto e mi diverto»
LIVORNO. A vederlo dominare, letteralmente, certe partite del campionato di serie D la prima domanda che viene è: ma perchè questo, a nemmeno trent'anni, non gioca almeno un paio di piani più in alto? Ci si potrebbe aspettare un giocatore deluso o insoddisfatto e invece Riccardo Giardini è il ritratto della serenità. «Per me il basket è passione e divertimento – dice – e all'Us Livorno sto benissimo. Siamo un bel gruppo, siamo primi in classifica e non potrei chiedere di più». Eppure con quei mezzi fisici e tecnici che gli consentono di giocare sotto a dispetto di un'altezza non esagerata (è 1,93) non si può non meravigliarsi della sua attuale collocazione, anche perchè con 20 punti di media a partita e un high di 36 è il miglior marcatore del girone. «Sono cresciuto alla Libertas in un gruppo molto forte, allenato da Gigio Marzini. C'erano Bertolini, Stolfi, Sidoti, tutta gente che è arrivata alla B2. E quella categoria l'ho toccata anch'io, a Carrara, dopo brevi esperienze alla Pielle e poi a Ghezzano con coach Corsini e a Follo in C1. Ma a quell'epoca forse non ero ancora pronto caratterialmente per quelle categorie, se non trovavo l'ambiente adatto inconsciamente me ne allontanavo».
Ecco, ci siamo arrivati. Il carattere, secondo alcuni il primo, vero motivo della mancata carriera di Giardini a alto livello. Dica la verità. Quante giornate di squalifica ha totalizzato?
«Tante, tantissime. Ci sono stati dei campionati nei quali erano più le partite che guardavo dalla tribuna che quelle che giocavo. E tutte per proteste, litigi con gli arbitri. Come giocatore credo di essere stato sempre abbastanza corretto, non ricordo di aver mai fatto male a nessuno, ma con gli arbitri in quegli anni il rapporto non era facile».
Poi la metamorfosi. Un suo ex compagno di squadra ci ha suggerito questa definizione, “da ragazzo cattivo a chioccia della squadra”. Ci si riconosce?
«Perfettamente. C'è chi matura più tardi fisicamente e chi matura dopo caratterialmente. A me è successa la seconda».
Merito di chi?
«Direi due cose. Il lavoro ti aiuta a crescere. Gestisco insieme a un socio una piccola ditta di detergenti industriali per le concerie, un'attività che aveva iniziato mio nonno a Livorno e che noi abbiamo spostato a Pontedera. Poi, e forse anche di più, la mia ragazza, Guendalina. Stiamo insieme da 11 anni, il nostro rapporto mi ha fatto diventare un uomo».
Quindi finita l'era delle squalifiche?
«Spero proprio di sì».
Giardini e Sacconi, i dioscuri della vecchia Unione... «Mattia è molto di più di un compagno di squadra e di un amico. E' un fratello. Ormai ci capiamo anche con uno sguardo, sia in campo che fuori. Passiamo insieme tutto il nostro tempo libero. Però non siamo solo quei “ruzzaioni” che molti pensano. Il 1 gennaio, tornati da una breve vacanza insieme alle nostre fidanzate, abbiamo preso le chiavi della palestra e siamo andati a fare una seduta di tiro, noi due soli». Ma se durante la sosta, quando parecchie squadre hanno fatto mercato, fosse arrivata una telefonata da una categoria superiore?
«Non lascerei mai la mia squadra a campionato in corso, non sono più quello di prima. Vorrei vincere la serie D con l'Us e possibilmente fare la C, l'anno prossimo, con questa stessa maglia».
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