Il Tirreno

Livorno

L’ultima medaglia la porterà da Rio, parola di Aldinho

di Mario Orsini
L’ultima medaglia la porterà da Rio, parola di Aldinho

«Sono in forma e voglio chiudere alle Olimpiadi. Poi penserò al futuro, ho già un paio di idee...»

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LIVORNO. «Aldo non è un semplice campione, è un fuoriclasse. Come Valentino Rossi, Roger Federer e Cristiano Ronaldo». Nicola Zanotti, maestro del Fides e della Nazionale di scherma, non è uomo o coach dall’iperbole facile ma su Aldo Montano è categorico. E spiega subito il perché: «Lo conosco da quando aveva il ciuccio in bocca e nel 2001 l’ho anche allenato. Rispetto a tanti campioni lui ha non una ma due marce in più. Per questo parlo di fuoriclasse. A frenarlo qualche volta, anzi spesso, sono i guai fisici. Ma Aldo è come l’araba fenice, risorge sempre grazie anche ad una passione per questo sport che è fuori del comune. Perciò aspettiamoci qualche altro numero, da lui».

Obbiettivo Rio. A dare riscontro e concretezza alle parole di Zanotti, è lo stesso Montano. A 36 anni continua a allenarsi con l’entusiasmo di un ragazzino, a sfornare ottime prestazioni - vedi le ultime in terra americana, pochi giorni fa - e a guardare lontano.

Nel mirino ha messo le Olimpiadi di Rio de Janeiro.

«Sono il mio ultimo e fondamentale obbiettivo. Se riesco a qualificarmi sarà la mia quarta Olimpiade dopo Atene, Pechino e Londra. Il modo migliore per chiudere la carriera. Magari con una bella medaglia al collo (risata). D’altra parte i numeri sono numeri - sospira - e io nel 2016 avrò 38 anni. E’ un’età in cui è utopistico pensare alle successive Olimpiadi di Tokyo 2020».

LA ROAD MAP

La strada per Rio è irta di difficoltà. I posti disponibili per gli sciabolatori italiani, in ossequio al regolamento Cio, a Rio sono appena 2. E la concorrenza è spietata, ha i nomi di Diego Occhiuzzi, Enrico Berrè e Luigi Samele: settimo, ottavo e undicesimo del ranking mondiale. Fare la quarta Olimpiade, per Aldo significherebbe superare anche babbo Mario che è stato in pedana a Monaco (’72), Montreal (’76) e Mosca (’80).

Oltre a questo, significherebbe avere l’opportunità di dare l’addio in pompa magna a una carriera straordinaria in cui, a livello individuale, non si è fatto mancare nulla: Olimpiadi di Atene 2004, Mondiali di Catania 2011, Europei, Giochi del Mediterraneo e ben sette allori tricolori. E in aggiunta una miriade di successi a squadre e di piazzamenti.

«Attualmente sono numero 4 del ranking mondiale, che non mi pare tanto male. Però attenzione: a valere in chiave olimpica saranno i punti conquistati da aprile 2015 a aprile 2016 nelle gare di Coppa del Mondo e ai campionati iridati ed europei. In sostanza, il punto è che quando le gare cominceranno a pesare in chiave olimpica sarà importante essere già tra i primi 16 del ranking e rimanerci. Per poter, in ogni gara, saltare le fasi di qualificazioni e affrontare le dirette dai sessantaquattresimi e non prima: energie risparmiate e qualche trappola in meno».

SCENARI FUTURI

Riguardo al futuro, quando sarà il momento di attaccare la sciabola al chiodo, hai già qualche idea?

«Beh, diciamo che a livello sportivo mi piacerebbe continuare a rimanere nel mondo della scherma, con un pizzico di presunzione penso di poter affermare che ci capisco un po’. Per questo, a livello federale o a Livorno in un circolo cittadino, potrei insegnare qualcosa a tanti aspiranti campioncini. Un ruolo primario nelle mie attività quotidiane, però, dovrà averlo anche il nostro cantiere di famiglia, per dare continuità a un’attività che si perpetua da cinque generazioni».

Torniamo alla scherma: qualcuno osserva che lo storico primato dell’Italia e in particolare di Livorno capitale mondiale appaiono un po’ a rischio negli ultimi tempi.

«Non so se si possa parlare di una flessione, ma una cosa è chiara ed evidente, il nostro è uno sport in crescita iperbolica. Fino ai primi anni del 2000 gli schermitori provenivano quasi tutti da un pugno di Nazioni europee, adesso i bravi schermidori germogliano da tutte le parti. Per fare un esempio, considera che fra gli sciabolatori al primo e terzo posto del ranking mondiale ci sono due coreani: Gu Bongil e Kim, per non parlare dei cinesi che in diverse armi sono già quelli da battere. In Europa invece resiste un po’ di più la tradizione, i più temibili sono il campione olimpico in carica, l’ungherese Szilagy, e il russo Kovalev che è uno sciabolatore piccolino ma con un senso della misura e un tempismo eccezionale. Ma anche tanti altri seguono a ruota e nelle gare non c’è mai nulla di scontato. In ogni caso l’icona di questa disciplina è stato e rimarrà Stanislav Pozniakov: lo zar della sciabola mondiale».

IL TALENTO NON BASTA

Lavoro, impegno, voglia di andare oltre l’ostacolo continuano a essere il tuo credo. «Anche per il fatto che gli avversari si moltiplicano, è choaro che il talento non porta da nessuna parte se non è accompagnato dal desiderio continuo di migliorarsi e dalla disciplina costante. Per ottenere i risultati devi sentire, il fuoco, l’incendio dentro. Io nonostante i miei 36 anni mi alleno mediamente cinque o sei ore al giorno, insieme a tanti sciabolatori nel giro della Nazionale, al Centro Coni dell’Acquacetosa a Roma. La tecnica e la preparazione devono andare a braccetto, è sempre stato così e oggi anche di più. E aggiungo che pure la psicologia ha un posto di riguardo, dal momento che nella scherma l’aspetto mentale e nervoso sono fondamentali. Insomma niente deve essere lasciato al caso».

GIRAMONDO

Del tuo lungo girovagare su e giù per il pianeta, con le sciabole nella valigia, per partecipare alle gare, quali i ricordi più belli?

«In genere abbiamo tre o quattro giorni parzialmente a disposizione, rimanere in albergo a fare giochini con il computer non mi è mai piaciuto. Ogni volta preferisco fare dei brevi giretti mirati, dopo averli pianificati su Internet. Fra i posti più interessanti metto New York, Cuba e soprattutto alcune zone della Cina, un Paese sterminato e veramente ricco di fascino, dove tra l’altro ho passato lunghi periodi nel 2009, per allenarmi con Cristian Bauer. In tanti luoghi mi sono sentito un minuscolo puntino nel niente, in posti magici in cui è difficile, per non dire impossibile, distrarti, anche perché italiano e inglese non sono sufficienti a permetterti di comunicare. Il risvolto della medaglia di tanti spostamenti a volt anche faticosi per me è sempre stato positivo. Per dare un senso e una risposta alle motivazioni per le quali mi trovavo laggiù, moltiplicavo l’impegno e mi ponevo obbiettivi. Dopodiché, tornando alla quotidianità normale mi sono sempre sentito ricaricato e con la convinzione di aver speso bene il mio tempo. C’è da dire che pur amando la vita di squadra, io sto bene anche da solo con me stesso».

TELEGENICO

I tanti guai muscolari quanto ti hanno frenato?

«Ci convivo da vent’anni e ci sono abituato. Le ragioni evidentemente sono morfologiche o addirittura congenite, qualche volta gli strappi me li sono procurati anche mentre mi giravo nel letto. La speranza è che nel 2015 e 2016 mi lascino un po’ in pace per dare continuità alla mia stagione agonistica».

Bravissimo in pedana ma pure a ”bucare” il piccolo schermo, altra tua passione che potrebbe occupare un altro pezzetto di futuro.

«La tv è uno stupendo mezzo di comunicazione. Lo sport ha bisogno della televisione e viceversa. Gli sportivi sono persone in grado di trasmettere messaggi positivi. Se mi chiedessero di fare qualcosa, proporrei un programma di sport in 3 puntate, nel quale focalizzo l’attenzione su grandi sportivi di ieri, oggi e domani. Fra i programmi in questa ottica che mi sono piaciuti di più, al primo posto metto “Sfide” condotto da Alex Zanardi, Alex è fantastico nel trasmettere sentimenti ed emozioni».

I tuoi attuali hobby preferiti sono il pugilato e il wakeboard.

«Scherma e pugilato hanno tante sintonie. A luglio ho passato qualche ora a dare pugni a sacconi pendolanti sotto la guida di Franco Nenci: persona straordinaria, come uomo e come maestro. A Follonica, invece, mi sono divertito a fare wakeboard, un mix fra sci nautico e snowboard. Adrenalina pura».

0586

Prima del congedo e degli auguri, c’è ancora da spiegare un piccolo e antico mistero, quel celebre striscione con il prefisso di Livorno 0586, in bella evidenza durante le premiazioni olimpiche di Atene, e che anch’esso ha fatto scuola.

«A mettermelo fra le mani fu proprio Nicola Zanotti - rivela Aldo ridendo - era lo stesso che lui si portava dietro quando andava a vedere il Livorno in trasferta. Ad Atene Nicola prima delle premiazioni mi passò lo striscione. Non sapendo dove metterlo ed essendo vietato portare qualcosa di diverso dalla bandiera nazionale, me lo avvolsi a un braccio, dopo aver ricevuto la medaglia e aver sventolato il tricolore, rischiando grosso perché era contro il rigido regolamento, lo mostrai al mondo intero. E fu un gesto che non passò inosservato, in tanti mi chiesero il significato di quei numeri, fra i più insistenti i telecronisti brasiliani di “Globo”. Dopo le spiegazioni si misero a ridere a squarciagola e il “messaggio” passò di bocca in bocca, è un rituale che ho ripetuto diverse volte, finché ho deciso di farlo diventare permanente. Quei numeri li porto sulle mani, sempre e dovunque».

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