Gioco
Grazie Livorno ho combattuto con te nel cuore
Le prime parole di Lenny Bottai di nuovo a casa dopo il match per il titolo Ibf a Las Vegas
LIVORNO. I tre punti di sutura all’arcata sopraccigliare sono l’unico souvenir portato dietro da Las Vegas. Il resto è dentro il cuore, dove i pugni dell’avversario non arrivano, dove non c’è sconfitta, dove il gong non suona mai perché quella è la tua vita e ogni giorno si va in trincea.
Bentornato Lenny Bottai. Dì la verità, qual è stato l’impatto con la tua Livorno?
«Travolgente. Passarci sopra con l’aereo, vederla dall’alto, sentire un brivido dentro e capire quanto la ami, è stato tutt’uno. Ho guardato mia moglie e le ho detto guardare mia moglie e dire “vieni, guarda vi... Altro che Las Vegas". E poi ad attendermi all'aeroporto per festeggiare il mio rientro c'erano 30 amici di palestra e altra gente. È stata una emozione davvero fantastica».
Inevitabile fare prima un passo indietro e parlare del match. Tipo tosto questo Charlo, micidiale. Eppure ha voluto affrontarlo andare a fare la guerra. Perché?
«Ho fatto quello che dovevo e so fare. A prescindere dal fatto che avevo compreso prima dove stava il trucco».
Il trucco? In che senso?
«Al peso eravamo 69,8 tutti e due, era alto ma molto esile. Al secondo controllo, la mattina successiva, digiuno, Charlo era già al limite previsto (10 libbre oltre) ovvero 74,4. La sera negli spogliatoi è intervenuta Showtime, che fa indagine su queste tecniche e, mentre ci vestivamo, ci ha chiesto di pesarci di nuovo. Io ero 162 libbre con training e scarpe, il che significa che spogliato al massimo ero 71,5. Lui, e c'era anche la mia spalla Gassani che controllava i bendaggi di loro, in mutande era 77kg. Sul ring non era affatto quello del peso».
Come è possibile?
«Quelli che hanno una equipe medica e riescono a fare il taglio del peso, possono riuscire a combattere tre categorie sotto la loro. Come se io facessi il superleggero. Alcuni giudici delle commissioni ne parlavano, dicevano che per prevenire questi squilibri bisognerebbe introdurre il peso nel giorno del match. Certe categorie di guerrieri, come i messicani, che non hanno questa cultura di “rubare peso”, sono penalizzati rispetto agli americani o a quelli che sono nelle mani dei grandi nomi. Laggiù ho visto tutti i pugili, dai leggeri ai medi, ma i fratelli Charlo erano fisicamente davvero fuori standard. Tecnicamente parlando non sei in grado di fare nulla in queste condizioni».
Hai un rimpianto?
«No assolutamente. La fine del match è arrivata quando mi si è spaccata l'arcata, sapevo che 10 riprese non le avrei fatte in quelle condizioni. Quando mi è stato proposto di fermarmi all'angolo, ho detto "no, andiamo". L'unica carta che avevo, residua, era provarci. E l’ho fatto».
Avevi la possibilità di resistere un po’, tirare a campare, poi il match sarebbe stato probabilmente fermato dall’arbitro.
«È vero. Ma non fa per me quell'idea. Se anche ho solo una possibilità su mille, io ci provo. Sempre. Casomai, più che un rimpianto, c’è qualcosa che mi ha lasciato perplesso».
Cioè?
«Dal sabato al martedì non abbiamo avuto, come invece era previsto, nè un posto per allenarsi nè una bilancia. Per certi versi mi è sembrato tutto un teatrino».
Però, nonostante tutto. sei andato avanti.
«È un discorso molto più ampio. Al di là di tutto ciò che c’è stato dietro, questo match era una consacrazione che meritava di essere vissuta, non solo per me, ma per tutti quelli che erano con me dal vivo o che mi hanno seguito in tv. So che questa avventura ha scritto la storia della città e spero lanci il messaggio a tutti di darsi sempre una possibilità».
Cosa ti resta di Las Vegas.
«Un'esperienza sportiva importante, l'amore di tanti che ho sentito nel cuore e mi ha regalato una gioia immensa. E aver visto e toccato il problema del mondo: gli Usa. Il loro modo di essere sempre "troppo". In ogni contesto»
Vai nel tempio della boxe mondiale e ti presenti alle operazioni di peso con la maglia del Livorno Calcio...
«Certo. E ne vado fiero. Quella maglia mi fu regalata in campo dalla società per mano di Federico Dionisi, dietro c’è stampato il mio nome. Alla cerimonia del peso l'ho messa per omaggiare i tifosi amaranto, so che nella partita in casa contro il Catania mi hanno anche dedicato uno striscione».
E poi ti sei ritrovato i riflettori addosso per la maglia "no jobs act".
«Questa è l'assurdità di questo paese. Per giorni nessuno ha parlato di me e del mio impegno, poi per quella maglietta, una valanga di sciacalli si sono scatenati scrivendo di tutto. Sulla maglia c'era scritto "No jobs act con gli operai sempre!" e dietro "Pane, dignità, futuro, per tutti". Concetto semplice e molto meno esoso di quanto hanno raccontato. Non ho messo la maglia con una bandiera di partito o cose simili. Il mio era un saluto a tante famiglie, di Livorno e non solo, preoccupate da questo nuovo modo di concepire e gestire il lavoro».
Molti lo hanno preso solo come uno slogan.
«Figurati. Io so quello che sposo. Nel jobs act si annulla le possibilità che sia un giudice a stabilire quando è necessario il reintegro al lavoro, e tante altre cose che minano il futuro della gente comune. Quella alla quale appartengo e quella per la quale combatto. Nulla di più di questo. Mia opinione, mia idea, mio saluto alla classe alla quale appartengo. Sai qual è la cosa che, a ripensarci adesso mi fa sorridere? Che negli Usa molti giornalisti mi hanno apprezzato e non ci hanno fatto tanta scena sopra».
Per la tua gente esci da trionfatore da questa avventura. Pensavi di ricevere così tanto affetto, soprattutto dalla tua Livorno?
«Prima di tutto ci tengo a dire che, se Livorno è come sempre andata oltre, in termini di amore, anche altre città mi hanno seguito regalandomi un affetto e una passione che davvero non potrò mai dimenticare. È successo a Roma, Palermo, Genova dove sono stati allestite visioni di gruppo. Fino, e ne vado orgoglioso, a gente che mi ha scritto con rispetto e stima da Pisa. È segno che qualcuno ha sale nella zucca e ricorda che anche le appartenenze di colori, quando vere e con dei valori, non minano il rispetto. Livorno è come sempre andata oltre. Io non so se con le parole potrò mai trasmettere quello che ho vissuto, che ho provato. C’è gente che mi chiama e mi scrive per raccontarmi che ovunque in città si è seguito il match e tutti sono orgogliosi. Ce l’ho messa tutta, ho dato anima e cuore, mi dispiace solo non aver regalato loro una vittoria. Sinceramente se la sarebbero meritata».
E ora cosa c'è nel futuro di Lenny Bottai?
«Qualche giorno per organizzarmi con la mia palestra Fortitude e poi penserò quello che per me è primario, e lo era anche prima di partire per Las Vegas: il match di metà febbraio al palasport per festeggiare il centenario del Livorno Calcio».
Non ci provate a cambiarlo. Tutto inutile Questo è Lenny Bottai.
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