Gioco
Gonnelli, una triglia che prende il largo
Livornese di scoglio, dopo il debutto col Varese ora c’è una certezza in più
LIVORNO. Quando è nato il suo Livorno sperava di essere ripescato in C2 dopo aver chiuso al secondo posto, dietro la Vogherese, il Campionato Nazionale Dilettanti. Oggi Lorenzo Gonnelli, 21 anni compiuti a giugno, è una giovane promessa amaranto che sta calcando le orme del suo quasi coetaneo Federico Ceccherini.
La trafila nel settore giovanile del Csv, poi il grande salto al Livorno. Due anni nella Primavera allenata da Davide Cei prima dell'approdo tra i professionisti. Due anni da protagonista a Pontedera, prima in Seconda Divisione e poi in Prima. Infine il ritorno a casa e il debutto dal primo minuto, martedì sera con il Varese. Lui, ragazzo dalla faccia pulita e senza fronzoli ricorda il suo “giorno perfetto”: «È stato tutto bellissimo - dice - a cominciare dalla vigilia. Pensate: sono pure riuscito a dormire..».
È felice Lorenzo. Sa anche di essersela cavata bene contro i lumbard: «In effetti non mi posso lamentare. Abbiamo concesso solo un'occasione e poco altro».
Livornese purosangue, certe emozioni sono indimenticabili: «Eh sì. Martedì 23 settembre 2014 è un data che ricorderà per sempre. E' stato fantastico debuttare in serie B con la maglia della mia città sulla pelle. E la curva? Ci ha sostenuto dal primo al novantesimo. Ho sentito tanto calore e tanti applausi e certe cose restano».
Lorenzo non è il tipo di ragazzo che si monta la testa. In questi anni ha lavorato duramente e i suoi progressi non sono passati inosservati. Lui, dopo un campionato vinto col Pontedera, l'anno scorso si è confermato al piano superiore con la squadra di Indiani che ha sfiorato l'impresa di eliminare il Lecce al primo turno di playoff .
Lorenzo ha poco passato dietro le spalle, ma che passato! Una sessantina di presenze tra i professionisti e anche un gol. Anzi. Un Gol, con la 'g' maiuscola. Il motivo? Lo ha segnato all'Arena Garibaldi al Pisa regalando il pari al suo Pontedera e perpetuando la tradizione che vede i cugini soffrire da matti quando si trovano di fronte gente della terra dove il “de” suona. (f.p.)
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