Italia
Un pallone per scappare dalla guerra
L’incredibile storia di Damjan Djokovic, il giramondo che conosce sette lingue
LIVORNO. Damjan era un cucciolino biondo, 4 anni ancora da compiere. Aveva occhi solo per sognare, non per vedere il marcio sopra il cielo di Zagabria. Erano i giorni della guerra civile che dilaniava la ex Jugoslavia, Zagabria voleva sentirsi capitale della Croazia, e in casa Djokovic ogni sera ci si addormentava con la paura, perché mamma era di etnia croata ma papà era serbo. «Avevamo solo una possibilità: fuggire. Prendemmo le nostre cose e andammo in Olanda. Il calcio ha dato una logica a quello che era il mio destino: viaggiare, conoscere, cercare di capire».
Le sette lingue. Quando frequenti ambienti come quello del calcio, non hai bisogno di molto tempo per inquadrare un giocatore, almeno fuori dal campo. A volte basta una conversazione che vada oltre il 4-3-3 e ti sei già fatto almeno un’idea.
Damjan ascolta, legge, vuole sapere. Divora avversari e informazioni, tutto d’un fiato. «Voglio vivere i paesi che incontro sulla mia strada». Forse è per questo che parla molto bene 7 lingue. «Vero. Ma chi te l’ha detto? Comunque parlo abbastanza bene italiano, inglese, francese, tedesco, olandese, romeno e croato. Ha occhi vispi. E un concetto di calcio che non appartiene ai giovani italiani. «Qui ho visto ragazzi che preferiscono andare in serie D piuttosto che allontanarsi da casa. E si guarda troppo ai soldi. A me non spaventa viaggiare, l’importante è trovare una squadra che creda nelle mie qualità. Altrimenti è un anno buttato nel cestino».
Quel giorno con Seedorf. Il calcio olandese gli è rimasto nelle vene. Prima gli anni nelle giovanili dell’Ado Den Haag, poi lo Sparta Rotterdam e l’Excelsior Rotterda, prima di una esperienza a 19 anni nella formazione slovacca dello Spartak Trnava.
«Un’altra svolta alla mia vita - confida - l’ha data l’incontro in Olanda con Seedorf. Ci trovammo ad Amsterdam. Lui era dirigente del Monza, in Prima Divisione, e mi convinse a venire in Italia. La prima stagione non fu il massimo, alla fine il Monza retrocesse in Seconda Divisione, io invece passai al Cesena e poi in comproprietà col Bologna. Lo scorso anno altro aereo e via verso la destinazione Cluj, in Romania. «Ottima stagione, abbiamo anche conquistato un posto in Europa League».
La scelta di Livorno. Ed eccoci all’estate, al ritiro col Bologna, con l’allenatore Lopez che guarda un po’ il biondino Damjan e poi sentenzia: «Cedetelo pure, non rientra nei miei piani». Grazie mille.
Inizia il pressing di Elio Signorelli (che già lo voleva portare a Livorno a luglio 2013 e a gennaio 2014) e alla fine “Djo” dice sì. «Mi ha convinto perché era già da tanto tempo che mi stava dietro. Vuol dire che credeva in me a prescindere dal resto. Prima di accettare mi sono documentato, ho cercato di capire come giocava il Livorno, se era una squadra dove potevo essere utile e far bene. Siamo appena agli inizi, ma sono felice della scelta fatta. Mi piace il gruppo, ottimi ragazzi. E ora voglio scoprire meglio anche la città, perché non puoi vivere un anno in un posto senza almeno guardarti attorno».
Il primo gol. Abbiamo visto diversi filmati di questo ragazzo e lo ricordiamo nella stagione di Cesena. Ha iniziato benino col Carpi, è andato meglio con il Brescia. Ma siamo convinti che questo che avete visto è un Djokovic ancora al 50-60%. Il ragazzo ha corsa, talento, tempi giusti per gli inserimenti.
Spieghiamo il concetto a Damjan, lui apre il sorriso: «Hai ragione. Sono sicuro di poter fare meglio. Fisicamente sto abbastanza bene, si tratta di prendere le misure col gioco del mister ed entrare bene nei meccanismi. Ad esempio nel primo tempo di Brescia ho fatto fatica a trovare i movimenti e gli spazi, meglio nel secondo tempo. Ma soprattutto sento che le cose vanno meglio giorno dopo giorno».
In questo processo, il gol segnato al Brescia (anche se ufficialmente potrebbe diventerà autorete di Minelli) sarà senza dubbio un bello stimolante.
«E pensare - confida - che di solito io gli angoli li ho sempre battuti. Ma nel Livorno c’è gente che calcia benissimo di sinistro, così il mister mi ha inserito tra quelli che vanno a saltare in area. Mi sono trovato al punto giusto nel momento giusto, sul secondo palo, come avevamo provato in uno schema. Sono felice per il gol, ma soprattutto perché il pareggio ci sarebbe stato stretto. Molto stretto».
L’altro Djokovic. Chissà quante volte glielo avranno chiesto. «Scusa, ma sei mica parente di Djokovic il tennista?». Come se la Croazia fosse grande come Collinaia.
«Eppure guarda che Djokovic non è un cognome tanto famoso, come Rossi da voi, per intenderci. Comunque mi piacerebbe incontrarlo, magari glielo chiedo se siamo parenti...»
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