Gioco
Infinito Agamennoni Sogna la quarta Olimpiade
Il gigante livornese, 34 anni e 3 figli, continua a sgobbare tra ritiri e sveglie all’alba «Mancano 730 giorni e 1.400 allenamenti: ma voglio riscattare il flop di Londra
In questo gigante che si è già consegnato alla storia livornese e non solo del remo (perché nessuno può vantare i suoi successi internazionali e la sua longevità), ed ha un cognome che profuma di mitologia greca e una barba da guerriero della vecchia Ellade, c'è un concentrato di forza e determinazione tali da non farlo sentire sul viale del tramonto atletico, tantomeno oggi che, nel ritiro azzurro a Piediluco, ha spento 34 candeline insieme ai compagni e all'amico Stefano "Leone" Galoppini, arrivato da Livorno. «E' vero, se si parla di motivazioni e fame di medaglie sono ancora un ragazzino con 10 anni in meno, che però, a questo ci tengo, ha sempre saputo seminare con fatica prima di raccogliere….».
Luca Agamennoni, atleta delle Fiamme Gialle, 188 centimetri e 94 chili di muscoli, tre Olimpiadi (bronzo a Atene 2004, argento a Pechino 2008), tre argenti e un bronzo ai Mondiali e un bronzo agli Europei, ai quali si possono aggiungere sette titoli di campione italiano centrati, questi come tutti gli altri, sia col 4 senza che col 4 di coppia, ma anche con l'Otto (2006, Inghilterra, argento Mondiale) ora guarda lontano, guarda alla sua quarta Olimpiade, quella di Rio 2016, ma anche al prossimo mondiale che si svolgerà ad Amsterdam a fine mese.
Luca, partiamo dai sacrifici e dalla tua giornata-tipo nel ritiro umbro…
«Sveglia alternata: o alle 6,30 oppure alle 7,30. Colazione con pane e marmellata e miele, un paio d'uova sode, un limone spremuto in un bicchier d'acqua e un caffè. Eppoi riscaldamento e allungamenti per un'ora, tre ore di barca oppure altrettanto di palestra. Il pomeriggio seconda razione….».
Tutto nella norma se tu a casa ad aspettarti non avessi moglie e tre bambini piccoli…
«Anche questo rientra nei sacrifici, ma ho imparato a gestire i pensieri e le problematiche di avere una famiglia numerosa e mia moglie Anna mi aiuta davvero tanto e le sono riconoscente per quello che fa».
Sono quasi vent'anni che gareggi in ogni parte del mondo, ti sei posto un obiettivo?
«L'obiettivo è la quarta olimpiade a Rio de Janeiro, ma se pensi che ti dica che poi smetto ti deludo perché non lo so cosa farò. So che da qui a Rio mancano più o meno 730 giorni e che mi dovrò allenare almeno altre 1300-1400 volte. E ogni giorno lo faccio dando tutto me stesso ben sapendo che potrei smettere domani come tra cinque anni».
D'accordo, ma vogliamo parlare di quella parolina composta da tre lettere che manca alla lista dei tuoi successi?
«E' vero. La medaglia d'oro mi manca. Sono stato lì lì per prenderla ma alcune volte ma mi è sfuggita e non mi sono rassegnato».
Così al volo, il primo gradino del podio dove l'hai sentito vicino?
«Tante volte nei campionati del mondo come nel 2006, 2007 e 2010, ma anche all'Olimpiade di Pechino dove prendemmo l'argento».
La tua delusione più grande?
«E' recente, la mia terza spedizione olimpica, quella a Londra. Perché finì male? Posso parlare solo di contesto sbagliato…»
D'accordo, passiamo oltre. La tua gioia più grande?
«Il bronzo di Atene, la mia prima medaglia olimpica, partimmo da perfetti sconosciuti e ci facemmo conoscere…».
Un campione del remo che stimi, apprezzi, che ritieni un modello da imitare?
«Il padovano Rossano Galtarossa, bravo, forte, umile, con grande capacità di soffrire».
Avresti mai pensato di arrivare dove sei arrivato?
«La verità? Ero un pigro, non avevo voglia di faticare, fu mio nonno materno Giorgio Bracci a evitare che a 15 anni andassi a fare il benzinaio. Mi portò a fare canottaggio ai Vigili del Fuoco, Massimo Marconcini fu il mio primo tecnico, poi presi subito il volo perché a 17 anni mi ritrovai nel college azzurro e là ho capito e imparato tanto…».
Hai avuto anche tanti tecnici, ne prediligi qualcuno?
«Sì, ne ho avuti tantissimi, li ricordo tutti; da ognuno di loro ho imparato qualcosa che mi è servito e mi serve ancora ma non posso citarli tutti».
Livorno ha una tradizione speciale nel canottaggio, però adesso vive un momento di appannamento…
«Il motivo? I ragazzi di oggi vogliono faticare poco e guadagnare subito e tanto. Quando iniziai io non era così. Si lavorava tanto, ai soldi non si pensava e se poi vincevamo a qualcosa si poteva ambire».
Tutto vero, ma come rendere il canottaggio più popolare?
«Ci vorrebbero gare più godibili da terra, gli organi d'informazione non dovrebbero parlare di noi solo in concomitanza degli eventi più grandi».
Lo sport, i successi, la famiglia che ti aspetta a Valtriano di Fauglia e quei nomi ai figli legati alle medaglie…
«La Grecia m'è rimasta nel cuore. Con un cognome simile al personaggio Agamennone ho vinto la mia prima medaglia olimpica proprio a Atene? Solo un caso? Chissà, forse, ma è strano... E così arrivò Achille che ha 5 anni, poi Aronne, un anno in meno e quindi Atena che ha dodici mesi. Ma non chiedermi se faremo anche il quarto, dopo Rio, sennò mia moglie mi fa correre più del prof. La Mura…».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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