Il Tirreno

Livorno

Anche Moser lo incorona: super

di Stefano Fiori
Anche Moser lo incorona: super

«La chiave di volta la tappa sul pavé quando Froome è caduto e Contador accusò un forte ritardo»

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Anche se lo ha corso una sola volta in carriera, precisamente nel 1975, Francesco Moser di Tour de France se ne intende, eccome. In quella edizione della Grande Boucle il Checco Nazionale vinse due tappe, il cronoprologo di Charleroi e ad Angoulême, indossò la maglia gialla per sette giorni, si piazzò 7º assoluto nella classifica finale e si impose nella classifica riservata ai giovani, conquistando il pubblico francese. «Mi sarebbe piaciuto ritornare al Tour, ma non mi fu più possibile. Comunque credo di essere rimasto nel cuore dei francesi anche per i tre successi nella Parigi-Roubaix e in altre competizioni importanti».

Già la Roubaix, con Moser il discorso scivola sul trionfo di Vincenzo Nibali nel 101º Tour: «Ritengo che la vittoria di Nibali si sia concretizzata proprio nella tappa del pavé, con arrivo ad Arenberg. Lì c'è stata la resa di Froome e il pesante distacco affibbiato a Contador e ad altri pericolosi avversari per la classifica finale. Sì, quella tappa è stata davvero decisiva e dopo ha sfruttato le sue doti di scalatore». Il giudizio di Moser sul campione messinese cresciuto ciclisticamente in Toscana è assai lusinghiero: «È un campione vero, con un carattere forte e la calma dei fuoriclasse. Un passista-scalatore, anzi, uno scalatore-passista adatto soprattutto alle gare a tappe». Con qualche somiglianza a Moser, azzardiamo: «Sì, abbiamo qualcosa in comune. La spericolatezza nelle discese, la grinta e la tenacia anche nei momenti difficili e la buona predisposizione per le cronometro. Io, ovviamente, ero meno forte di lui in salita ma tecnicamente ero più adatto alle corse in linea».

Viene da chiedersi se il trionfo in giallo di Nibali potrebbe ridare spinta al movimento ciclistico italiano. Moser è piuttosto scettico al riguardo: «Una vittoria eccezionale come questa non può risolvere tutti i problemi che riguardano la grave crisi economica e l'organizzazione del ciclismo internazionale, a mio avviso da rivedere sotto molti aspetti. Il Tour sta oscurando gli altri grandi giri a tappe anche perché si svolge nel periodo più adatto, in estate, quando gli eventi sportivi importanti sono pochi. A rimetterci più di tutti è stato proprio il Giro d'Italia, che secondo me presenta dei percorsi di gran lunga più belli e interessanti rispetto al Tour ma che ha perduto molto del suo fascino a causa della collocazione nel calendario. Se il Giro fosse organizzato a giugno vedreste che finirebbe il monopolio mediatico della Grande Boucle».

Un altro elemento in comune tra Moser e Nibali è stato il periodo giovanile trascorso in Toscana: «Sia in Trentino che in Sicilia si organizzano poche gare e così io e Vincenzo, in periodi diversi, abbiamo fatto la scelta giusta trasferendoci in Toscana. Io a Bottegone e lui a Mastromarco. Inutile negare che quegli anni trascorsi tra i dilettanti, con squadre ottimamente organizzate, dirigenti e tecnici di primissimo ordine e una tifoseria eccezionale sono stati basilari per il nostro futuro». Tornando a parlare di Nibali appare evidente come non sembri un siciliano verace... «È così. È un siciliano un po' atipico, molto tranquillo, poco polemico, dotato di una calma quasi olimpica e tutte queste sono qualità caratteriali importanti per un campione ciclistico. Io ero più sanguigno e poco diplomatico, troppo spesso non riuscivo a mascherare i miei stati d'animo».

Con Nibali al top e dei giovani emergenti in gamba come Aru, Formolo, Villella e altri il ciclismo italiano sembra in fase di recupero dopo alcuni anni bui? «Me lo auguro. Il ct azzurro Davide Cassani sta svolgendo un ottimo lavoro e mi piace questa abitudine di far gareggiare i giovani in alcune gare selezionate, indossando la maglia italiana». Due parole anche sul nipote, Moreno Moser: «Ripartirà dal Giro di Polonia e spero che si rialzi dopo una stagione del tutto negativa. Il suo difetto più grande sta nel rendimento discontinuo e nelle pause che si prende».

A proposito del Tour, Moser muove un'altra critica: «Duecento ciclisti al via sono troppi. Ai tempi di Coppi e Bartali al massimo partivano in 100. Oggi ci sono troppe cadute e le strade sono più pericolose. Un numero giusto sarebbe di 140». E di Nibali che intende puntare all'accoppiata Giro-Tour? «È un obiettivo difficile che va preparato meticolosamente e poi dipende dagli avversari, che se scelgono solo uno dei grandi giri possono arrivare al Tour più freschi. Insomma, l'accoppiata è possibile ma l'indice di difficoltà è molto alto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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