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L'INTERVISTA / Mimmo Di Carlo: «Il mio Livorno non ha paura e merita la A»
Il passato, le scelte, i retroscena, i sogni: ecco tutto il mondo del tecnico amaranto. «Ci salveremo? Abbiamo un’anima, abbiamo i mezzi tecnici e abbiamo una tifoseria fantastica che è dalla nostra parte»

LIVORNO. La lingua può nascondere la verità, ma gli occhi mai. Quello di Mimmo Di Carlo si illuminano quando inizi a parlare del Livorno, e cambia poco se apri l’album dei ricordi o guardi al presente.
Mimmo Di Carlo e Livorno. Era destino...
«Già, era destino. Ricordo ancora quel giugno del 2001, quando perdemmo a Como la finale dei playoff. Fu la mia ultima partita da calciatore. Uscii dal campo con la sensazione che tra me e Livorno non poteva finire così. Avevo già in testa di fare l’allenatore, ero sicuro che sarei tornato».
Era il Livorno di Osvaldo Jaconi.
«Che allenatore. Si sobbarcava sulle spalle tutta la pressione della piazza, voleva che noi andassimo al campo col sorriso. Era lui l’uomo che doveva riportare il Livorno in B».
Era il Livorno di Igor Protti.
«Guarda, il mondo del calcio ha mille misteri. Per me uno dei misteri più grandi è perché uno come Igor sia fuori dal giro. Incredibile».
Schiena dritta, testa alta. Forse perché Protti non è uomo di compromessi.
«Grande uomo, uno che ogni partita andava in battaglia. Ora vedo in giro giocatori di 30-32 anni che gestiscono le energie... Lui andava in campo e si spremeva, come se non ci fosse un domani».
VIDEO: LA SCONFITTA A COMO NEI PLAYOFF
Tu sei molto amico di Lucarelli.
«Un fratello. È stato lui che mi ha messo dentro il morbo del Livorno».
Ovvero?
«Eravamo compagni a Lecce, nel 2000. Mi massacrava. Ogni allenamento, la solita storia: parlava solo del Livorno. E mi faceva “Mimmo, ma quando firmi per noi?”. Come se lui ci giocasse di già...».
Ha vinto lui.
«Sì, a giugno firmai. E sono fiero di aver chiuso la mia carriera con questa maglia».
Fin qui il Mimmo Di Carlo giocatore. Poi la mattina del 21 gennaio scorso arriva la telefonata e torni a Livorno da allenatore. Sai la domanda che si è fatta tutta la città?
«Lo immagino...».
Già, proprio quella: “ma chi gliel’ha fatto fare”? Ora trovare una risposta è facile, ma in quei giorni...
«Eppure io non ci ho pensato nemmeno cinque minuti. Ringrazio il presidente Spinelli di avermi dato questa occasione. Ho preso la macchina e sono andato a Genova. Lui ci credeva, io ancora di più».
A Livorno erano tutti con Nicola.
«Li capisco. Nicola ha fatto cose straordinarie, la sua promozione resterà nella storia. Ma il nostro lavoro va così...»
Tu avevi un credito dal passato, forse eri l’unico allenatore al quale i tifosi non avrebbero voltato le spalle.
«C’ho pensato. Lo speravo. E devo dire che con me sono stati eccezionali. Però doveva esserci una svolta immediata, qualcosa che facesse scoccare la scintilla. Avevo una possibilità da giocarmi».
La prima partita, quella col Sassuolo.
«Esatto. E dopo 20 minuti stavamo 3-0».
Lì hai capito che i giocatori erano pronti a seguirti.
«Sono stato sincero con loro, e loro sinceri con me. Avevano un gran rapporto con Nicola, ma si sono dimostrati dei ragazzi seri, dei professionisti, attaccati alla maglia. Mi hanno detto come la pensavano, poi dopo 10 minuti erano in campo a dare l’anima».
Sei partite, otto punti. Non sono pochi, anzi.
«Tutti sudati, tutti meritati. E potevano essere qualcuno in più, mi riferisco al pari di Catania e alla sconfitta col Genoa».
Ripercorrendo con la mente queste 6 partite, il Livorno ha fallito solo mezzo tempo col Verona.
«Sono d’accordo. 45’ assurdi, nei quali abbiamo perso la bussola».
Tornando indietro cambieresti formazione?
«L’avevo preparata in un altro modo, con Biagianti in mezzo al campo e Emerson in difesa. Poi il sabato mattina si è infortunato Biagianti, non avevo alternative se non avanzare Emerson. Potevo pensare di passare a 4 dietro, ma è un sistema di gioco che va studiato bene, non si improvvisa».
Eppure dopo soli sette giorni abbiamo tirato fuori la partita forse più bella sotto il profilo della solidità, quella contro il Napoli.
«Non sono d’accordo, secondo me abbiamo giocato anche partite migliori. Comunque l’avversario era forte, il pari è un buon risultato».
VIDEO: LA RICETTA DEL TECNICO PER LA SALVEZZA
Ci manca Luci, ci manca sotto ogni profilo.
«Mi rivedo molto in Andrea, anch’io ero il classico mediano, quello sempre col coltello tra i denti. Ci manca, ma è sempre vicino a noi».
Numericamente siamo contati in mezzo. Il ritorno di Biagianti a buoni livelli è vitale.
«Il discorso su Biagianti è semplice. Per me era il sostituto ideale di Luci, prima c’era Andrea e adesso c’è lui. Col Napoli mi è piaciuto. E in panchina avevo comunque Duncan, mica l’ultimo arrivato».
Quanto ti piace Paulinho?
«Da matti. Quando ero senza squadra, studiavo un po’ tutte le formazioni di serie A. Nel Livorno guardavo con attenzione Paulinho, Emerson e Ceccherini. Ma ora che lo alleno, mi impressiona ancora di più. Sai cosa mi piace di più di lui?».
Cosa?
«Esalta le sue capacità stando dentro il gioco, senza personalismi. Tutto ciò che sa fare, lo mette a disposizione della squadra. Ci guadagnano i compagni e anche lui».
È da grande squadra?
«Sì, da una delle prime 6-8 della classifica».
Stupito da Emerson?
«Più che stupito, sono ammirato. Lui ogni giorno viene al campo e lavora come se quello fosse il primo e l’ultimo allenamento della sua carriera. Si vede che si vuole gustare la serie A. Se la merita».
Belfodil cresce.
«Ha tante qualità. Ma non dimenticate Emeghara».
Già Emeghara, che strano giocatore. Noi non l’abbiamo ancora capito.
«Io dico che ci aiuterà con almeno altri 3 gol decisivi».
Ma il Livorno può giocare con 3 punte?
«Come no. Belfodil ed Emeghara hanno caratteristiche per fare gli esterni, però chiaramente devono dare una mano anche al centrocampo».
Livorno, Bologna, Sassuolo, Catania, Chievo: due restano in A, tre scendono. Concordi?
«Mah, non del tutto. Qualcuna delle squadre che sta sopra deve stare attento, se stai 3-4 partite senza fare punti, si fa presto ad essere risucchiati».
La quota salvezza doveva essere 40. Doveva...
«Adesso secondo me la salvezza si conquista tra 35 e 38 punti. Ma è l’unico punto di riferimento che voglio, per il resto guardo partita dopo partita, game to game».
Domenica c’è la Sampdoria, un ricordo amaro per te come allenatore.
«Ai preliminari di Champions ci fece fuori il Werder Brema a 40 secondi dalla fine. Poi a gennaio decisero di vendere Cassano, Pazzini e Marilungo, prendendo Maccarone che era fermo da 6 mesi, Macheda che non giocava e Biabiany che non è una punta. C’era l’illusione che la salvezza fosse scontata, e fu l’inizio della fine».

Mimmo, ci salviamo?
«Ce lo meritiamo. 12 partite sono tante, ma abbiamo un’anima, abbiamo i mezzi tecnici, abbiamo una tifoseria fantastica che è dalla nostra parte. Dobbiamo stringerci, capire che qui tutti sono fondamentali, dai giocatori allo staff medico, dai magazzinieri ai fisioterapisti. Se ogni ingranaggio fa il suo compito, siamo già avanti».
Hai parlato dei tifosi.
«Sono loro che ci fanno accendere il motore e correre, lo dico spesso ai giocatori. Nell’intervallo della partita col Verona, entrai nello spogliatoio e dissi: “avete visto quei 10mila tifosi là fuori? Noi perdiamo 3-0 ma loro sono ancora lì, perché sperano che noi segniamo un gol, poi sperano che facciamo il 3-2, poi magari anche il 3-3. Loro ci credono sempre, perché non dobbiamo farlo anche noi?”. E c’è mancato poco...».
Sogniamo: il Livorno si salva e Mimmo Di Carlo che fa?
« Di Carlo è l’ultimo dei problemi. Giocatori e allenatori passano, resta la maglia, resta il Livorno. E noi dobbiamo combattere per far restare il Livorno in A, tutto il resto ora non conta».
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