Gioco
La curva si sposta all’Attias: «Auguri Livorno»
Trecento tifosi con striscioni, bandiere e cori per il compleanno numero 99 del club. C’era anche Bardi
LIVORNO. In Piazza Attias c'erano tutti. La gigantesca 'A' che tutti consideriamo di buon auspicio. L'odore acre dei fumogeni. I cori, le bandiere, ma soprattutto loro: trecento tifosi che si sono radunati per festeggiare il compleanno del Livorno. Novantanove anni di gioie e amarezze. Di tristi, inaccettabili discese nelle categorie dei cancellati e di resurrezioni che solo a pensarci vengono i brividi. Di due scudetti persi per un soffio (1920 e 1943), ma anche di campionati regionali e dilettantistici. Epoche diverse vissute sempre a testa alta e con orgoglio. Quasi cento anni di storie da raccontare perché il calcio è una vicenda umana e spesso è il paradigma della vita. "Novantanove anni di vero amore" recita un lezuolo vergato d'amaranto. Quasi un secolo di senso di appartenenza. Quello che unisce le i capelli sale e pepe degli Ultras degli anni ruggenti, ai piercing e i tatuaggi dei ventenni di oggi che, al collo la sciarpa d'ordinanza, perpetuano la tradizione di chi è nato con l'amaranto che sulla pelle si mischia con il salmastro. Hanno sfilato per le vie del centro cantando: «Solo per amore». Hanno esibito il vessillo più antico e prestigioso, quello che i tifosi definisco il «dollaro». E c'era anche lui, Piermario Morosini. Nel cuore di tutti e nella gigantografia che Claudio, uno degli ultras che hanno fatto la storia del tifo a Livorno, porta sempre con sé. E' il ritratto di un Morosini baldo e fiero e la didascalia che lo accompagna è inequivocabile: «Moro sempre con noi». I passanti, impegnati nello shopping di inizio settimana o nell'aperitivo delle sette osservano. Qualcuno sorride stupito. Eppure non c'è nulla di strano. Siamo a Livorno dove il calcio è passione che inumidisce gli occhi e scalda l'anima. Tra la gente spunta Corrado Nastasio, uno che si è tolto lo sfizio di segnare nel derby con il Pisa. Uno dei livornesi giocatori-tifosi al pari di Magnozzi, Armando Picchi, Mauro Lessi e per arrivare ai giorni nostri, Enio Bonaldi, Cristiano Lucarelli, Igor Protti, e i compianti Miguel Vitulano e Dondolo Mondello. Qualcuno 'anagraficamente' non è nato a Livorno, ma è solo un dettaglio trascurabile. C'è chi pensa all'attualità. All'imminente sfida con il Verona e partono nuovi cori. Altri esibiscono lo striscione con incise le parole dell'Inno Amaranto: «Non piegare un istante giammai».Tra la folla compare anche il portiere di oggi: Francesco Bardi. E' presente a titolo personale. Dopo tutto, anzi prima di tutto è un tifoso. E' privilegiato perché lui il contributo alla causa lo dà in prima persona ogni settimana sul campo. E' un lunedì di sentimenti forti. I tifosi pensano anche a Luci: «L'infortunio del capitano non ci voleva proprio. Come ha detto Emerson, lui è la nostra anima». Uno sportivo di una certa età non si meraviglia: «Siamo abituati a lottare. Non può esserci Livorno senza sofferenza. Ce l'hanno insegnato i nostri padri e noi l'abbiamo spiegato ai nostri figli. E' il nostro orgoglio. Nelle sventure abbiamo consolidato il nostro amore per la maglia. E' troppo facile stare dalla parte di chi vince sempre». (f.p.)
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