Gioco
La traiettoria da sogno di Ramos il sardo
Emerson e quel missile da 40 metri davanti alla moglie nuorese. «Nemmeno alla playstation ci sarei riuscito...»
INVIATO A CAGLIARI. Ci sono traiettorie capaci di farti acchiappare perfino i sogni che pensavi irrealizzabili. Quello di Ramos Emerson Borges, 34 anni ad agosto, carioca di nascita e sardo di adozione - è arrivato in Italia nel 2003 all’Atletico Elmas, squadra di serie D alla periferia di Cagliari - si realizza alla 16,47 di una domenica che di febbraio ha solo il calendario (c’erano 24 gradi alle 15), dentro allo scheletro dello stadio Sant’Elia: 5mila spettatori stipati tra tribuna e curva e il deserto sugli spalti tutt’intorno dove ci sono solo macerie e lavori in corso.
Il Livorno batte un calcio d’angolo, il quarto di un primo tempo da sagra dello spreco sotto rete e da ansia per via dell’urlo di Luci tredici minuti prima. Mbaye e Benassi pasticciano sulla destra, la palla rotola indietro. Murru, difensore rossoblù, non va a pressare Emerson che nel frattempo è salito dalla linea difensiva.
Così il numero 23 «scelto perché è il giorno in cui è nata mia moglie e non volevo mettermi contro una donna di Nuoro», ha tutto il tempo di stoppare di sinistro, alzare la testa e calciare, sempre con il sinistro, da circa trentacinque metri. La palla si alza, gira spinta dall’effetto, per poi abbassarsi mano mano che si avvicina alla porta. Il portiere Abramov ha solo il tempo di guardare la sfera, tra l’incredulo e lo stupito, infilarsi sotto l’incrocio.
«Ho fatto un gol che nemmeno alla playstation, credo che lo riguarderò mille volte nei prossimi due gironi», dice Emerson nel dopopartita dedicando il gol «alla mia famiglia che era in tribuna ma soprattutto al capitano Luci. Lui - prosegue - è la nostra anima, è troppo importante per noi: speriamo che non sia niente di grave, abbiamo bisogno di lui. Quando l’ho sentito urlare mi è venuta la pelle d’oca».
La gioia di Ramos è una corsa verso il suo clan, arroccato nella parte più lontana rispetto alla porta dove il suo bolide si è infilato. C’è una bandiera del Brasile che sventola e che diventa il segno di riconoscimento per raggiungere il punto dov’è già iniziata la torcida. Le mani che si abbassano come a dire «calma ragazzi, non ho fatto nulla di eccezionale». Un inchino, il dito indice che si alza prima che i compagni riescono ad acchiappare il difensore, arrivato in serie A a 33 anni dopo una gavetta infinita, e ad abbracciarlo.
«A vedermi - racconta - c’erano una trentina di tifosi del Nuoro (l’altra squadra dove Emerson ha giocato in Sardegna ndr) ma se non fosse stata domenica e non avessero avuto da fare forse sarebbero stati almeno trecento. Quando sono arrivato qui pensare che tifavo Cagliari...».
Per spiegare il rapporto tra il 23 e il popolo sardo basta andare sul suo profilo Twitter dove c’è una foto del difensore che tiene in mano la bandiera dei quattro mori. L’ultimo post è del 24 novembre dello scorso anno, il giorno dell’alluvione che ha fatto vittime e danni sull’isola. La scritta è semplice: “Sempre nel Cuore”.
«Oggi giocavo a casa mia - prosegue - da questa isola sono stato adottato. È ovvio che segnare è bello ovunque, ma qui ha un sapore diverso. È per merito di queste persone che sono stato lanciato nel calcio». Poi è tempo di tornare alla partita. «La cosa più importante è aver portato a casa questi tre punti che ci volevano per continuare a inseguire il sogno della salvezza, soprattutto dopo la partita della settimana scorsa contro il Genoa sove siamo stati sfortunati e meritavamo di più. Oggi andiamo via con la consapevolezza che tutti sono importanti. La chiave del match? L’atteggiamento in fase difensiva, perchè a certi giocatori non puoi concedere niente, altrimenti ti puniscono. Poi nel finale - e sorride - anche la fortuna per una volta ci ha aiutati».
Nei 97 minuti di Emerson in campo non c’è stato solo il gol alla Balotelli e l’emozione di tornare a casa da vincitore. Ma anche tanto lavoro sporco per limitare Nené nel primo tempo e poi Ibargo e Pinilla nella ripresa. L’ultimo colpo di testa a liberare l’area amaranto dall’ennesimo assalto rossoblù né è la prova.
Ora è tempo di nuove traiettorie, perché il sogno più grande di Ramos e del Livorno è distante ancora 14 partite.
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