Sicurezza
Jaconi, il capitano e il testimone
«In guerra servono gli uomini, Di Carlo è un uomo vero»
LIVORNO. In principio fu il «Vodz», maestro di calcio e filosofo della vita. Mentore di Mimmo Di Carlo e artefice, insieme a un gruppo di «immortali» dell'impresa sognata da intere generazioni di livornesi: il ritorno in serie B dopo 30 anni di umiliazioni. Se oggi le maglie amaranto sono conosciute su scala nazionale il merito è anche suo, di Osvaldo Jaconi, l'allenatore più amato dai tifosi, quello che prima ha indicato la strada per tornare a vincere e poi l'ha percorsa. Esemplare nella sua semplicità, ineguagliabile per carisma, adesso vede un suo pupillo sulla panchina che fu sua. E apre lo scrigno dei ricordi.
Osvaldo, il tuo primo capitano a Livorno fu proprio Di Carlo…
«Sì. Fu scelto dallo spogliatoio dopo che Igor Protti preferì togliersi la fascia per evitare di incorrere in squalifiche. I candidati a indossarla erano Vanigli e Geraldi, ma furono loro stessi a indicare Mimmo che peraltro era arrivato da pochi giorni. Fu una mossa azzeccatissima».
La scelta del capitano, tra l'altro è sempre molto delicata, vero?
«Senza dubbio, perché quello è un ruolo molto particolare. L'allenatore non deve parlare con tutti. E' pagato per rapportarsi con il gruppo, ma non può sapere se viene creduto fino in fondo per cui talvolta si affida a qualche giocatore più esperto perché è uno che lotta in campo insieme agli altri e le sue parole hanno un peso specifico enorme».
Quindi Di Carlo fu fondamentale per la crescita del gruppo che l'anno dopo tornò in B?
«Certo. Mimmo è stato un ottimo calciatore, a lungo capitano del Vicenza, ma soprattutto un uomo. E per andare in guerra servono sì i soldati, ma contano gli uomini. In quella stagione livornese Di Carlo dava l'esempio insieme a Protti e Vanigli. Tutti e tre arrivavano sempre mezz'ora prima degli altri e se ne andavano per ultimi. Sono stati fondamentali per la crescita di giovani talenti come Alessi».
Quali segreti pensi che ti abbia carpito Mimmo?
«Quando viene intervistato, Di Carlo, menziona tre allenatori a cui è grato: Ulivieri, Guidolin e me. Credo che in quell'anno livornese alla mie dipendenze abbia capito che quando si guida un gruppo non bisogna essere intransigenti. In quei lunghi mesi non gli ho mai sentito alzare il tono della voce. I risultati si ottengono con il sorriso e non con le urla. L'esempio è la massima forma di autorità. Alla fine di quel campionato chiesi a Spinelli di confermare Mimmo che nelle dinamiche del gruppo era stato prezioso, ma non fu possibile».
Beh, Mimmo aveva 37 anni e mezzo di cui oltre la metà spesi a far legna in mezzo al campo…
«E' vero, ma ricordatevi che i campionati si vincono grazie a chi gioca trenta partite, ma pure con il contributo di chi ne fa dieci».
In questi anni vi è capitato di sentirvi?
«Sì, spesso. Premessa: non sono affatto sorpreso di vedere Di Carlo in panchina. Quando giocava era già un 'piccolo allenatore' e quando mi ha chiamato lo ha fatto per avere una conferma delle sue idee e non per chiedermi consiglio su che cosa avrebbe dovuto fare. La differenza pare sottile, ma è sostanziale».
Di Carlo è l'uomo giusto perrisollevare il Livorno?
«Spinelli ha scelto bene. Mimmo conosce i tifosi, le persone: i giocatori ovviamente sono cambiati, ma in società ci sono ancora Paolo Nacarlo, il dottor Porcellini, i magazzinieri e altri preziosi collaboratori. Questo, al di là della capacità di Di Carlo, facilità la vita perché accorcia i tempi di ambientamento».
Sul piano tattico che cosa hai visto di diverso rispetto a prima?
«La partita con la Roma mi aveva mortificato, ma la squadra era frastornata. Contro il Sassuolo ho visto Paulinho meno solo rispetto alle ultime uscite e ci sono stati molti inserimenti dei centrocampisti».
Abbiamo detto di Di Carlo. Ma di Davide Nicola che cosa pensi?
«E' un ottimo allenatore. L'anno scorso ha compiuto un'impresa indimenticabile. Il guaio è che nella casistica almeno due delle tre neopromosse in serie A soffrono. Davide ha fatto un gran lavoro anche quest'anno, i 13 punti nel girone d'andata non sono male perché conquistati con una squadra da rinforzare».
Non può mancare un tuo saluto a Di Carlo e ai tifosi…
«A Mimmo ho già recapitato il mio in bocca al lupo. Questo è il nostro Livorno che abbiamo contribuito a portarlo in alto. E lassù deve restare. Ai tifosi? Dinanzi a loro non posso che inchinarmi in segno di amore e rispetto».
Ma come? Sono proprio loro a esprimere sempre eterna gratitudine a te…
«La gente di Livorno mi ha voluto e mi vuole ancora bene. Vi pare poco?».
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