Gioco
Rabbia ultrà a Tirrenia Perotti prende tempo
Un gruppo di tifosi arriva al Coni durante la presentazione: «Via tutti gli uomini di Spinelli, siamo stufi». Il nuovo tecnico gelato: «Se non mi volete, lascio subito»
LIVORNO. Il pensiero fa la grandezza dell’uomo, sosteneva Pascal. Beh, se Attilio Perotti supera anche questa notte di pensieri e angosce, avrà scalato la montagna più difficile. A noi stamani il compito di scoprire cosa c’è sulla vetta di quella montagna: la panchina del Livorno o un biglietto di sola andata verso Genova? «Non so se è il caso di andare avanti, sono molto confuso», ci ha ribadito in tarda serata dopo un duro scontro dialettico con un gruppo di ultrà.
È’ successo tutto e il contrario di tutto in meno di 8 ore. Cronologia rapida ma necessaria. Ore 11: incontro negli uffici di Spinelli che offre a Perotti la panchina. «O lei, o metto Zanetti» chiarisce subito il presidente, come vi avevamo annunciato. Ore 13: Perotti dopo un lungo colloquio accetta. Ore 19: Perotti insieme a Capozucca e Signorelli si presenta in conferenza stampa per spiegare le ragioni che lo hanno portato ad accettare. Ore 19.20: un gruppo di una quindicina di ultrà entra al Coni, chiede di partecipare, poi iniziano le accuse a Perotti e ai due dirigenti individuati come “referenti di Spinelli”. Ore 20.05, gli ultrà se ne vanno, Perotti scuote la testa: «Dopo questo episodio mi prenderò una notte di tempo per pensarci, mi chiedo chi me lo faccia fare di restare...».
È chiaro che tutto il contesto della giornata è travolto da ciò che è successo dopo le 19.20, ovvero all’arrivo degli ultrà. «Lei Perotti ci aveva detto che non sarebbe più andato in panchina e invece? Ma cosa pensa che sia colpa di Nicola? Nel calcio ci sono le categorie, lui poveraccio cosa doveva fare con questa squadra? Siamo stufi di Spinelli, se ne deve andare. Prima era solo la curva che non lo voleva, ora sono tutti d’accordo con noi. Un monumento per quello che ha fatto in passato, ma non ne possiamo più di quello che fa e dice, il Livorno è della città e non suo. Noi in casa con la moglie che ci fa le corna non ci vogliamo più stare. E lei dovrebbe dare le dimissioni subito perché Spinelli va isolato».
Perotti ha ascoltato, in silenzio, poi tra mezze frasi e mezze interruzioni, ha provato a instaurare un dialogo. «Io non sono qui per soldi, se avessi guardato ai miei interessi avrei rifiutato. Ho scelto di allenare perché ho messo il presente e il futuro del Livorno davanti a tutto, sapendo che non ci avrei guadagnato un bel niente, anzi. Stamani davanti al presidente ho chiesto delle garanzie e lui me le ha date. Quali? Che questa società non morirà, che sarà mantenuto un progetto e io sono qua per fare il garante del progetto».
Ed è qui che cade l’asino. Perché per gli ultrà (e, va detto, anche per un’altra fetta di tifosi) non si può possono più associare le parole “futuro” e “Spinelli”. C’è poco da girarci attorno. «Ma infatti il presidente ha confermato che vuole andarsene a giugno - ha provato a spiegare Perotti - però qui c’erano davanti due ipotesi. La prima: io rifiutavo, Spinelli metteva Zanetti e a giugno questa società era morta. La seconda: io accettavo, a fronte della garanzia che il prossimo anno questa società sarebbe andata avanti lo stesso, con Spinelli e un programma per risalire subito oppure con un altro padrone. E io, solo per il bene del Livorno, ho scelto la seconda strada».
L’idea di pensare già alla risalita del prossimo anno non è piaciuta agli ultrà. «Allora vuol dire che non ci credete già più. Che qui si smobilita...». Ed è stata di nuovo bagarre. «Non ho la bacchetta magica - ha spiegato Perotti - e non posso giurarvi che ci salveremo. Vi giuro che darò tutto me stesso, e che ci proveremo in ogni modo. Nicola? L’ho difeso fino all’ultimo secondo possibile, il suo esonero è anche una mia sconfitta. Ma lo ripeto, se non accetto io, il presidente mette Zanetti , non ha mai contattato nessun altro allenatore e non richiamerà mai Nicola».
E da qui siamo arrivati dal sunto del duro faccia a faccia. «Io ci credo nel mio lavoro - ha detto Perotti - ma so bene che se ho contro la curva, non vado da nessuna parte. Se il cuore pulsante dello stadio non sta con me, io ho già perso. Per cui ve lo dico chiaramente: se non mi volete, io vado via domattina». Qui il fronte ultrà non ha dato una risposta secca, ma più o meno ha fatto capire che in ogni caso la contestazione a Spinelli resterà dura e costante. Usciti gli ultrà, Perotti, visibilmente provato e angosciato si è preso una notte prima di decidere. Il clima in città è inquieto, anche perché le dichiarazioni di Spinelli pubblicate ieri («devo trovare 3 milioni di euro per andare avanti») profumavano di saldi, di svendita. Qui, uscendo dalla sala, Perotti ci ha confidato la notizia forse più importante. «Il presidente è fatto così, non è la prima volta che dice queste frasi. La verità è che non ci servono soldi, non abbiamo bisogno di vendere. Lo posso garantire».
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